Sentite Cimolai: «Ora voglio la Sanremo»

SACILE. Sa dove vuole arrivare il ragazzo. Una settimana fa ha vinto il Trofeo Laigueglia, classica d’inizio stagione. Adesso ha un obiettivo in testa: la Milano-Sanremo. Del resto, la città dei fiori dista solo 51 km da Laigueglia.
Davide Cimolai ha 25 anni, è di Vigonovo di Fontanafredda, anche se il cuore l’ha portato da qualche mese nella vicina Sacile, a casa della sua Greta. Come base per gli allenamenti invernali, invece, ha scelto Novigrad, la Cittanova della Serenissima, in Croazia, un’ora e mezza d’auto dal suo Friuli.
A una settimana di distanza dalla vittoria al Laigueglia siamo andati a casa del ciclista della Lampre-Merida. E abbiamo trovato un atleta con le idee molto chiare in testa.
Cos’è cambiato dalla volata al Laigueglia?
«Molto. La consapevolezza nei miei mezzi l’avevo sempre avuta, ma credo di avere un pregio nel mio carattere che però nelle corse diventa un difetto: essere troppo buono. Sono pro dal 2010, avevo sempre aiutato i miei compagni dimostrando di essere affidabile per il team: giovedì scorso ho lavorato per me e ho portato a casa una vittoria incredibile».
Cimolai, come è iniziato tutto?
«Otto anni (e mostra la foto di una delle sue prime corse tra i G3 ndr) faccio 3-4 corse tra i giovanissimi, poi nel 1998 ne vinco nove e arrivo secondo al campionato regionale».
Erano gli anni di Pantani...
«Il mio mito, ogni volta che vedo le sue immagini in tv mi commuovo».
Da chi ha preso la passione?
«Nonno Rico. Abitavamo a Vigonovo: lui veniva a trovarci in bici da Pordenone. Per me quei 15 km erano come una classica del nord. Ora lassù sarà fiero di me».
I suoi genitori l’hanno spinta a correre?
«Non a correre, a fare sport. Papà Lindo fa l’operaio, mamma Rossana insegna all’asilo nido: mi hanno insegnato i valori della vita e l’amore per lo sport. E che senza i sacrifici non si va da nessuna parte. Poi c’è mio fratello Edoardo, due anni in meno: ecco, lui in bici vinceva più di me, ma ha smesso presto».
La sua società?
«Il Fontanafredda: ho corso lì dai giovanissimi agli juniores».
Quando ha capito di poter fare il professionista?
«Negli under 23. Al primo anno alla Marchiol dopo sei mesi di apprendistato, i più difficili della mia carriera, ho cominciato ad andare forte. E la Liquigas, di cui noi eravamo il vivaio, si è interessata a me».
Primi contatti tra i pro?
«Ritiro-prova con i “grandi” a Calpe, gennaio 2009: lì ho capito che potevo stare con i grandi. Poi ho iniziato la stagione con tre vittorie, San Geo, Balestra, Piva ed è arrivato il gm della Liquigas Amadio col contratto da firmare».
Scuola?
«Quatto anni di agraria a Conegliano, poi passo a ragioneria l’ultimo anno e mi diplomo nel 2009».
Com’è andata alla Liquigas?
«Due anni tra campioni a imparare. Ma non è che mi abbiano insegnato molto. Lì però ho conosciuto meglio Franco Pellizotti, un grande uomo e un grande amico. Ci alleniamo spesso insieme, lui abita nella vicina Mareno di Piave. Quando l’hanno squalificato per doping sono uno dei pochi che non l’ha abbandonato. Ma io non ho mai dubitato sulla sua innocenza».
Altri amici in gruppo?
«Pippo Pozzato, dicono che è solo un Don Giovanni invece ha un motore impressionante. Sono il suo compagno di stanza alla Lampre, ci alleniamo spesso insieme. Mi ha passato la passione per le auto sportive».
Da queste parti si dice che anche lei sia un Don Giovanni...
«Lo ero. Poi....».
Poi?
«Prima del Tour 2013, il mio primo Tour, entro in un bar qui a Sacile, la vedo, perdo la testa. La cerco dal parrucchiere, su Fb...».
Com’è finita?
«Un caffè, non sapeva chi ero poi...il suo capufficio è un appassionato di ciclismo gli ha dato qualche informazione. Insomma, al Tour Greta era la mia ragazza e ho cominciato a volare».
Per poco vinceva pure una tappa in Corsica...
«La seconda. Bakelants vince, dietro piombano Sagan, Kwiatkowski e io: quarto al fotofinish».
Mica quattro corridori qualsiasi...
«Vincere contro Cavendish o Kittel è impossibile, ma lo diventa in corse di 250 km. Con gli altri me la posso giocare perchè sulle salite tengo».
Ha già portato a termine due Tour...
«Nel primo volavo, ricordo l’apoteosi finale di Parigi, era la Grande Boucle del centenario. L’anno scorso mi sono ammalato nella tappa del pavè, quella del numero di Nibali, ma ho stretto i denti per arrivare a Parigi...mi aspettava Greta».
Deve a qualcuno questi miglioramenti?
«Claudio Cucinotta, il mio preparatore. L’ex pro friulano mi ha cambiato la carriera: so come mangiare, come allenarmi. Nel programma per l’inizio 2015 aveva scritto “Australia-Tour Down Under preparazione, Dubai preparazione, Laigueglia vincere».
Il giorno prima della partenza?
«Ho detto ai miei amici che li avrei portati a cena venerdì: sapevo che avrei vinto».
Ci racconti la volata...
«Il mio compagno Niemec fa un gran lavoro, ricuce sul capo Mele sui tre di testa. Il gruppetto è quello giusto, ai 300 metri parte un corridore in maglia azzurra, la mista under 23-pro di Cassani. Penso: non posso farmi battere da un pivellino. Sparo tutto e passo gli ultimi 80 metri a vedere a destra e sinistra se mi superavano. Ah...quello in maglia azzurra era Felline, un pro forte».
Adesso?
«Un anno fa a Sanremo sono scollinato ottavo sul Poggio, poi ho tirato la volata a Modolo. Sono troppo buono. Se mi ricapita faccio la volata e...».
Prima di Sanremo?
«Lugano domenica, poi la Parigi-Nizza. Dopo Sanremo le classiche con un occhio alla Gand Wewelgem, per il Fiandre ci rivediamo tra qualche anno. E quest’estate il Tour. Mi spiace per il Giro, ma voglio una tappa al Tour, quella è la corsa più importante del mondo. Il Mondiale? È il mio sogno ma quest’anno è troppo duro».
Cimolai cos’è per lei la bici?
«Libertà, sfogo, sacrifici, gioie».
Il doping?
«Il male del ciclismo, ma ho avuto la fortuna di passare pro quando il gruppo era già stato ripulito. Ora si sa chi cerca di fare il furbo...Mi auguro che le mie vittorie servano a far capire ai giovani che si può fare ciclismo senza barare. Mi piacerebbe andare nelle scuole a raccontarlo».
Tanti giovani come lei non hanno lavoro...
«Faccio un esempio. Mio fratello Edoardo. tre anni si superiori poi via a lavorare...ora alla Cimolai da operaio l’hanno spostato in ufficio. Se uno ha voglia di lavorare...».
Lui è fortunato, pedala. E forte. Ci sarà da divertirsi sportivi friulani.
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