Pedone, il presidente dell’Apu si racconta: «Mi innamorai del basket quando vidi Charlie Smith»

Il numero uno di Udine a tutto tondo, dalle origini alla carriera da imprenditore: «Da giovane ho praticato nuoto e pallanuoto, ero un difensore arcigno. Ebbi un diverbio con un compagno, poi seppi che era il figlio dell'allenatore»

 

Massimo Meroi
Il presidente dell'Apu Alessandro Pedone
Il presidente dell'Apu Alessandro Pedone

Alessandro Pedone, presidente dell’Apu Old Wild West, da buon imprenditore non lascia nulla al caso e cerca di giocare d’anticipo. «Di cosa parleremo?» chiede quando prendiamo appuntamento con lui. Poi, in realtà, sarà un fiume in piena senza bisogno di premesse o preamboli. Partiamo.

Pedone, ci racconta la storia delle sue origini?

«Mia madre Piera era padovana di Curtarolo e insegnava italiano e latino; mio padre Francesco era ingegnere, cresciuto a Padova, ma profugo fiumano. Il cognome invece mi viene da mio nonno paterno, pugliese di Bisceglie. Dall’età di tre anni sono cresciuto a Fano. A diciassette anni mi sono trasferito a Udine per motivi lavorativi con i miei genitori. Fu un cambiamento piuttosto traumatico: era il 1986, abitavo a una manciata di chilometri da Riccione, vivevo a pochi metri dal mare e dovetti lasciare tutte le mie amicizie e ricostruire da zero la mia vita in una città nuova».

Si sente friulano o friulano d’adozione?

«Dopo quasi quarant’anni mi sento certamente friulano. Udine è la città che mi ha accolto e nella quale ho costruito la mia famiglia, il mio lavoro e tanti rapporti autentici. Il percorso della mia famiglia, però, mi ha insegnato soprattutto a sentirmi profondamente italiano. Le mie radici oggi sono qui: Udine è una città alla quale devo molto e verso la quale provo un fortissimo senso di appartenenza, e mia figlia è nata qui».

Pedone e gli studi?

«Arrivato in Friuli frequentai un anno al liceo scientifico Copernico di Udine e uno a quello di Gemona. Successivamente Scienze economiche e bancarie all’Università di Udine, dove ebbi come professore di matematica finanziaria il mitico Flavio Pressacco, con cui tenni anche matematica generale».

In camera aveva il poster di?

«A quindici anni andai a Londra con alcuni amici e tornai felicissimo perché ero riuscito a trovare un enorme poster cinematografico di Animal House, il film di John Landis che precedeva The blues Brothers. Animal House, con John Belushi, è un film di culto».

Da giovane ha fatto il pallanuotista?

«Come tanti bambini causa scapole alate cominciai a fare nuoto a 5 anni. A livello agonistico verso i 7. Facevo i 100 stile libero e dorso. A 14 anni gareggiavo anche nei 50 stile che all’epoca non erano ancora disciplina olimpica. A 12 anni il papà di due miei compagni Nicola e Matteo Cescon decise si allestire la squadra di pallanuoto. Fui convocato nelle nazionali giovani un paio di volte. Durante un allenamento ebbi un diverbio piuttosto acceso in acqua con un ragazzo che scoprii soltanto dopo essere il figlio del selezionatore (ride ndr.). D’altra parte ero un difensore piuttosto arcigno».

Cosa le ha insegnato fare sport?

«La pallanuoto forgia il fisico e insegna a stare insieme, mentre il nuoto rimane fondamentalmente uno sport individuale. Il nuoto mi è servito moltissimo anche nella vita professionale, perché mi ha preparato alla solitudine del comando. Quando sei a capo di grandi aziende devi assumere decisioni importanti, capaci di incidere sull’impresa e sulla sua storia. I manager possono consigliarti e aiutarti, ma arriva sempre il momento in cui devi decidere da solo».

Come nasce la scelta di prendere l’Apu?

«Da una vicenda familiare. Mia moglie, che è serba, era stata una forte playmaker anche nel giro del Partizan Belgrado. Dopo molte insistenze mi convinse ad andare a vedere una partita della Snaidero. Era il 2000, l’anno in cui la squadra ripartiva dalla Serie A2. Era l’anno di Charlie Smith. Vidi questo autentico marziano atterrare al Carnera e, come tutta la città e tutto il Friuli, mi innamorai».

Quanto è diverso dirigere un’azienda rispetto a una squadra di basket?

«Nessuna. In una azienda ci sono gli specialisti ognuno con il proprio ruolo come in una squadra, e come c’è l’agonismo di impresa, c’è l’agonismo di squadra dove tutti devono dare il meglio per superare il collega o il compagno».

La migliore Apu della sua gestione?

«Quella della promozione in A».

Lo straniero indimenticabile?

«Il primo. Si chiamava Delegal. Probabilmente nessuno se lo ricorda e credo sia stato uno dei peggiori giocatori che abbia mai visto in vita mia. Mi rifiutai di firmarne il tesseramento, andando contro la volontà di coach Lardo e del mio braccio destro. Poi prendemmo Okoye che sarebbe diventato il giocatore impressionante che abbiamo ammirato».

Il miglior italiano?

«Il capitano. Nell’ultima stagione ha giocato un super campionato».

Il coach a cui è rimasto più affezionato?

«Sono due: Lino Lardo è sempre nel cuore, ora però Adriano Vertemati lo ha soppiantato».

Quello che l’ha delusa?

«Alessandro Ramagli. Nell’anno del Covid quando fui abbandonato da tutti e quando lo incontrai, capii che avrei perso anche lui. Non me l’aspettavo».

Il suo discorso fatto alla squadra che meglio ha funzionato e quello che non è servito?

«Premesso che sono molti di più quelli della seconda categoria, ne ricordo uno prima del derby che vincemmo in A2 a Trieste dopo un supplementare. Troy Coupain era arrivato da appena 72 ore, gli parlai per 40’ e credo che fosse terrorizzato solo dall’idea di andare a Trieste. Invece giocò un partitone».

Un errore che ha fatto e che non rifarebbe?

«Insistere con Boniciolli per il terzo anno di fila in panchina. Non lo sento più, ma ho massima stima di lui. Dopo la finale persa con Verona le nostre strade avrebbero dovuto dividersi».

Se incontrasse per strada Davide Micalich lo saluterebbe?

«Il progetto di Cividale è ottimo, ha come sponsor imprenditori che stimo e la piazza è assetata di pallacanestro. L’humus perfetto lo portammo noi nella stagione che giocammo al PalaPerusini, Pillastini è un super allenatore. Detto questo, il mio braccio destro per nove anni può scegliere di mettersi in proprio, ma non in quella forma e in quel modo. Mi ha tradito. Però prima o poi lo saluterò, ormai abbiamo una certa età».

Come reggere l’impatto con le grandi del campionato che hanno un budget cinque sei volte superiore al vostro?

«Premesso che quest’anno con le due romane ce ne sono almeno otto, io credo che con la programmazione e lo scouting si possa reggere il passo, ma il vero segreto sta nel tessuto sociale molto solido che puoi mostrare a chi vuoi ingaggiare».

C’è una domanda che non le abbiamo fatto e che vuole farsi dando anche la risposta?

«Come fare per mantenere una squadra in Friuli ad alto livello che competa con le grandi? Serve la sostenibilità di un progetto sportivo che abbia radici più larghe. Un territorio come il nostro ne ha le possibilità, ma unendo le forze e prendendo esempio da Trento che è arrivata in Europa, obiettivo che è pure il mio».

Sorpreso dal fatto che non le abbiamo fatto una domanda su Alibegovic?

«Il capitano ha un contratto triennale».

 

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto