Ecco un’altra perla di sir Enzo Zoncolan

Cainero: con Montasio e Cason di Lanza nuovi orizzonti
Di Antonio Simeoli
22/04/2011.14^ tappa del Giro D'Italia. Arrivo sullo Zoncolan..Enzo Cainero.Copyright telefoto Ferraro PFP Photo Agency
22/04/2011.14^ tappa del Giro D'Italia. Arrivo sullo Zoncolan..Enzo Cainero.Copyright telefoto Ferraro PFP Photo Agency

CHIUSAFORTE. Una delle tante scrivanie del suo studio è piena di pass per le malghe, indicazioni per i parcheggi, carte, piantine, numeri di telefono appuntati. Anna, la segretaria impazzisce, come avviene praticamente ogni anno dal 2003 in maggio. C’è il Giro d’Italia in Friuli e lo studio di Enzo Cainero a Udine diventa il quartier generale delle tappe. Suona il cellulare. In continuazione, stavolta è il tecnico che deve assicurare il collegamento telefonico per le emergenze sul Montasio. «Faro il possibile» dice. Cainero è perentorio: «Il collegamento deve esserci, risolvi il problema e basta».

Cos’è per Cainero il Giro d’Italia?

«Passione, volontà di promuovere il mio territorio, il Friuli Venezia Giulia. Con grande attenzione per la montagna. Le mie sono tappe in cui si abbina lo sport e la promozione».

Una passione nata?

«Sono di Cavalicco, lì sono le mie radici, Silvano Petrei era un professionista di Cavalicco, correva nella Torpado; classe 1936 fu uno dei portagonisti dell’epica tappa della tregenda del Bondone: 1956. Lassù c’eravamo io, mio fratello, e i miei genitori. Ricordo i duelli con Comuzzo di Godia, località d’origine di mia mamma. Godia-Cavalicco una grande rivalità nella squadra Doni. Poi cominciai ad andare in bici al passo Mauria a veder passare il Giro. Da lì è iniziato tutto, poi ho fatto altre cose nella vita finchè...»

È arrivato lo Zoncolan.

«Undici anni fa. Da più parti mi consigliarono di lasciar perdere. “Impossibile salire da Ovaro, proviamo da Sutrio” mi disse l’allora capo del Giro, Carmine Castellano. Poi i consigli del compianto grande amico Franco Ballerini, i miei tre anni alla presidenza dei Gruppi sportivi professionisti mi hanno spinto a continuare. Il grande entusiasmo della gente ha fato il resto».

La svolta?

«Nel 2003, il giorno della prima tappa dello Zoncolan da Sutrio, l’ultima impresa di Pantani. Portai Castellano e l’allora boss del ciclismo mondiale Verbruggen a vedere la salita da Ovaro. Vidi i loro occhi e capii che ce l’avremmo fatta».

Dieci anni dopo è arrivato il Montasio.

«È il completamento di quel percorso. Cason di Lanza e Montasio uniscono la Carnia e il Tarvisiano dando a quest’ultimo una visibilità mondiale. Ciclismo è promozione del territorio: questa è la filosofia. Anche se organizzare una tappa sul Montasio è stato molto, molto più difficile che sullo Zoncolan per una serie di grandi problematiche logistiche».

La Regione ha investito 350 mila euro, qualcuno dice troppi in tempo di crisi...

«Per far conoscere lo Zoncolan, ad esempio, in tutto il mondo senza Giro avremmo dovuto spendere in marketing fino a 30 volte in più di quanto abbiamo speso per portare le tappe in questi anni. La Regione quest’anno ha investito 350 mila euro per ottenere due partenze e due arrivi di tappa. Il giorno di riposo, che le altre località italiane pagano salato, ci é stato regalato da Rcs. Ma se la tappa si può fare lo devo a una serie di sponsor privati che hanno messo i restanti 180 mila euro».

Martedì sera sarebbe se contento se...

«Filasse liscio. Come ho detto i problemi organizzativi da risolvere sono stati enormi, altri li dovremo risolvere in queste ultime ore. Ma grazie ai volontari, alle ditte che hanno lavorato in queste settimane, agli allevatori, ai due comitati tappa anche qusta volta ce l’abbiamo fatta. Ora invito tutti i tifosi a compleatrre una grande giornata di sport con il rispetto delle regole e della natura. Solo così un sogno diventerà ancora una volta un grande evento di sport».

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