Poggi ambasciatore in Cina: «Là hanno domato il virus con l’umiltà che ci manca»

Il Venezia l’ha incaricato di coltivare il “brand” non solo in Oriente. Missioni Corea, Mongolia, Filippine e Oman, ma anche Stati Uniti, Canada e Australia  

Insolita, completamente svuotata dai turisti che solitamente la prendono d’assalto, e quindi ancor più bella. È in questa Venezia “visionaria” al limite del paradosso che Paolo Poggi sta trascorrendo l’emergenza sanitaria, aspettando tempi migliori per ripartire alla conquista dell’Oriente come un novello Marco Polo del calcio.

Il suo ruolo di responsabile dei progetti internazionale, cucitogli addosso dalla proprietà americana del Venezia, gli ha infatti schiuso nuovi orizzonti portandolo in Cina, Corea, Mongolia, Vietnam, là dove il Venezia sta tessendo una nuova “via della seta” per esportare il suo brand, facendo leva sul calcio per stabilire nuove partnership.

Ecco di cosa si sta occupando l’ex attaccante bianconero, che dopo avere contribuito a suon di gol al primo sbarco europeo dell’Udinese, in Friuli ha vissuto anche una breve parentesi formativa da dirigente nel settore giovanile.

Poggi, scelga una cartolina di Venezia da spedire idealmente ai friulani, costretti come lei all’isolamento di questi giorni.

«Non si è mai vista una Venezia così e l’impatto estetico è da brividi con palazzi e canali che si rispecchiano nell’acqua immobile, senza gente, senza imbarcazioni e il solito tran tran. Questo è l’aspetto piacevole, poi c'è la Venezia che sta soffrendo da mesi a livello economico e che dopo l’acqua alta di novembre rischia di prendersi una bella mazzata con questa epidemia. Il 70 per cento della gente lavora col turismo e i conti sono presto fatti».

Anche il sistema calcio se li sta facendo e per non perdere i soldi dei diritti tv si stanno forzando le prospettive sulle date di ripartenza dei campionati.

«Solo un mago sa quando e se si riprenderà. L’unica verità è che ancora non si riesce a capire quando si potrà tornare in campo. Adesso è dura per tutti, ma con un distinguo doveroso perché se è dura per i club della A, figuriamoci per quelli della B e della Lega Pro. La mia speranza è che nell’inevitabile ridimensionamento che seguirà si faccia tutti un passo indietro per poi prendere la rincorsa tutti uniti, con l’obiettivo di tornare a essere forti. Noi italiani siamo geniali e intuitivi».

A proposito d’intuito, l’Udinese si è consolidata nel tempo, il Pordenone di Lovisa è rivelazione in B e ha aumentato il valore del parco giocatori. Il Venezia invece non sta riuscendo a imporsi nonostante gli investimenti americani.

«Il nuovo stadio è e sarà un passaggio fondamentale per il futuro della società, che per quanto sia storica con i suoi 112 anni, in realtà è appena nata sotto questa proprietà. Siamo partiti dalla serie D e ci sono stati tre anni di vittorie fino alla semifinale play-off in B. Poi un contraccolpo e un assestamento, ma non andremmo lontano se pensassimo solo ai risultati sul campo. La bravura di una società deve essere quella di trovare un’identità nella programmazione per il futuro».

E a Venezia cosa avete pensato di fare a riguardo?

«Innanzitutto colmare il gap di conoscenza perché nel mondo tutti conoscono Venezia, ma pochi sanno che esiste una società di calcio. Dall’arrivo degli americani si sta lavorando sul brand, puntando a mettere basi solide per essere identificati all’estero anche senza andare in serie A. Per questo abbiamo cominciato ad allacciare relazioni internazionali che ci hanno portato a esportare il nostro calcio attraverso enti pubblici e governi. Portiamo i nostri tecnici del settore giovanile a fare allenamenti nelle scuole pubbliche, organizziamo corsi e campi di formazione per allenatori con club privati che poi diventano nostri affiliati. Poi c’è tutta una parte istituzionale con i supporter club in giro per il mondo e qualche consolato e ambasciata».

Cercate nuovi talenti?

«No. Lo scouting non è la prima finalità, anzi è marginale rispetto alla fanpage che cerchiamo di accrescere per tutto l’Oriente. Cina, Corea, Mongolia, Filippine, Oman, Australia, poi anche Stati Uniti e Canada. Andiamo da loro, portiamo l’idea di un metodo di formazione calcistica basato sul concetto di un giocatore pensante e allacciamo anche relazioni commerciali. Io vado sempre al seguito in forma istituzionale».

La pandemia ha rallentato tutto?

«Continuiamo a programmare, abbiamo costruito rapporti di stima e amicizia e nessuno ha mollato la presa. I contatti sono quasi quotidiani con la Cina. Appena scoppiato il virus ci hanno avvisato, molte società ci hanno mandato le mascherine».

Il Poggi in versione Marco Polo cosa ha imparato?

«L’umiltà e la pazienza contrapposta alla presunzione di noi occidentali; ho notato la differenza anche per come è stata affrontata questa emergenza. A livello calcistico, noi italiani riscuotiamo molta stima a tutti i livelli e la nostra cultura in materia viene considerata superiore. Mi sento un privilegiato anche per essere passato dall’Udinese come dirigente, dove ho imparato a relazionarmi con i ragazzi».

E i ricordi in bianconero?

«Non ci sono ricordi particolari, se non quello di un lungo periodo di felicità vissuta assieme a molte persone e molti friulani che sento ancora con piacere».

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