L'ultimo turno alla Pittini: la ricerca disperata di Marcello tra le macerie di Osoppo
l dramma di Leonilde Vattolo e dei figli Maurizio e Roberto: dal crollo della stalla a Buja alla scoperta della tragedia in ferriera. Quella festa per la nuova mensa che non fu mai celebrata

«Mamma, cosa dirà papà quando torna?» fu così che mio figlio Roberto - allora dodicenne - commentò impaurito e impotente il crollo della nostra stalla, sgretolatasi di fronte ai suoi occhi durante quella interminabile scossa. Il suo papà però non tornò più da noi, non seppe mai che le sue mucche si erano miracolosamente salvate grazie a un’unica trave che aveva retto, concedendo loro un po’ di spazio vitale. Alle nove del 6 maggio 1976 era di turno in fabbrica, da Pittini, il terremoto ce lo portò via per sempre». Leonilde Vattolo, di Buja, ricorda ogni istante della sera in cui perse il marito, Marcello Missio.
«Eravamo smarriti e preoccupati - aggiunge - nel giro di poco fummo raggiunti in auto da mio nipote Paolo, di San Giorgio di Nogaro, che in quel periodo svolgeva il servizio civile a Buja. Verso le 22.30, poi, arrivò mia cognata Elia, che era molto legata a suo fratello Marcello. Insieme andammo in fabbrica dove lavorava mio marito, a Rivoli di Osoppo, volevamo accertarci che stesse bene anche lui». Fu un viaggio tremendo, lungo le strade solo macerie e le due donne si guardavano cercando di farsi coraggio a vicenda.
Appena arrivarono davanti alla ferriera, videro il motorino di Marcello ancora nel parcheggio. «Sentimmo alcuni operai che commentavano il crollo del capannone dove si produceva la rete - racconta Leonilde - la nostra preoccupazione crebbe, mio marito lavorava proprio in quel reparto. C’era confusione, ci dissero che lì non c’era più nessuno e che i feriti erano stati portati in ospedale».
A quel punto cominciò una ricerca disperata: la moglie e la sorella di Missio dovevano trovare a ogni costo Marcello. Andarono prima all’ospedale di San Daniele e poi al Santa Maria di Udine.
Passarono in rassegna tutti i feriti giunti da Osoppo, ma ogni loro sforzo fu vano. Intanto, nella notte arrivò da Padova, dove studiava, anche il figlio più grande di Leonilde, Maurizio. Anche lui iniziò a cercare disperatamente il padre. Assieme a un amico fece nuovamente il giro degli ospedali. Ma di Marcello non c’era traccia.
Fu a quel punto che i parenti iniziarono a perdere ogni speranza di rivedere Marcello e nella loro mente cominciò a farsi strada la più dolorosa delle ipotesi. Nella ferriera i soccorritori erano al lavoro e a Maurizio toccò il gravoso compito di assistere al recupero delle salme.
«In quel capannone morirono in sette - ricorda Leonilde - mio marito fu estratto per ultimo. Era sabato, il giorno in cui gli operai e le loro famiglie avrebbero dovuto festeggiare insieme l’inaugurazione della nuova mensa dello stabilimento». Quel giorno di festa, però, non arrivò mai. Come non ci furono più altri momenti felici assieme a Marcello, strappato all’affetto dei suoi cari nella notte più lunga e dolorosa che il Friuli ricordi.
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