Caso Regeni, torture contro affari: se la realpolitik fagocita la difesa dei diritti

Dallo choc diplomatico iniziale alle proficue intese del governo Meloni: ecco come negli anni l’omicidio di Giulio (non) ha condizionato i rapporti Italia-Egitto

Marco ZatterinMarco Zatterin
Una fiaccolata per Giulio
Una fiaccolata per Giulio

Era lì, quel giorno del 2016, il diplomatico che parla dall’altra parte del filo. Era al Cairo. Era al ricevimento organizzato in occasione della visita di Federica Guidi, il ministro dello Sviluppo Economico del governo Renzi che poco prima aveva incontrato il presidente al-Sisi. «L’ambasciatore Massari fu avvertito da una fonte indipendente che il corpo ritrovato era di Giulio Regeni», racconta la fonte. La prima decisione fu quella di sospendere l’evento e la missione. La seconda fu di andare a vedere i resti del giovane italiano, cosa che fu permessa solo quando l’uomo della Farnesina decise di presentarsi di persona con un carabiniere.

«Sin dall’inizio non potei fare a meno di notare che c’era un contrasto tra gli ottimi rapporti con l’Egitto e l’elusività delle autorità locali sul caso nonostante le mie pressioni», ha dichiarato Massari che, nell’aprile 2016, fu richiamato dal ministro Gentiloni. «Un gesto forte e giusto – ammette la nostra fonte -. Poi, col tempo, si è imposto un pragmatismo usuale che ha generato belle parole e ricchi contratti: succede sempre quando la logica della politica si impone sulle esigenze dei singoli».

I dieci anni passati dall’assassinio di Giulio Regeni sono un manuale di realpolitik, deprecabile per chi chiede giustizia, inevitabile per i politici che hanno gestito il Paese. A semplificare, possono essere letti in tre fasi. La prima è il 2016-17 (Renzi e Gentiloni), il biennio della crisi diplomatica. Dal 2018 (Conte I e Conte II) si è avuta una progressiva normalizzazione, in cui il dialogo è stato ristabilito, la pressione degli inquirenti è continuata, mentre la cooperazione militare ed economica ha ripreso lena. Dal 2022 (Meloni) si è imposto un evidente pragmatismo in cui le esigenze di ordinaria amministrazione (energia, cooperazione sui migranti, investimenti) sono state accompagnate da richieste giudiziarie formali. «Abbiamo fatto il possibile», dicono agli Esteri. «Hanno timbrato il cartellino e basta», accusano più fonti umanitarie.

La cronaca racconta che, in effetti, si è proceduto su due binari distinti e paralleli, gli affari ricchi da un lato e il pressing giudiziario dall’altro. Il giudizio su quanto quest’ultimo sia stato solo di facciata cambia naturalmente a seconda di punti di vista che sarà difficile veder convergere. Spiega un analista indipendente che, dopo la delusione della rivoluzione del 2011 e l’arrivo al potere fra i massacri di Abdel Fattah al-Sisi nel 2013, è cominciata una nuova fase nelle relazioni multilaterali. Al Cairo è divenuta centrale la prerogativa dell’esercito a fronte di una crisi economica e sociale sempre più rilevante.

Di pari passo, il Paese ha imposto il suo ruolo di player regionale (vedi anche la voce Suez), rafforzato dalla mediazione seguita fra Hamas e Israele e dagli accordi di cooperazione nelle crisi migratorie. Nel marzo 2024, si è parlato di “giornata storica” quando i leader europei (presente anche la premier Meloni) hanno siglato al Cairo un patto da quasi otto miliardi mirato a contenere i flussi di rifugiati diretti in Europa. In quell’occasione l’Italia ha sigillato una decina di memorandum del Piano Mattei con cui, almeno sulla carta, si lavora alla correzione corale degli squilibri dello sviluppo in Africa.

Gli analisti attirano l’attenzione sull’economia e sull’interscambio che ha raggiunto circa 5,96 miliardi di euro (dato 2023). L’Eni ha celebrato due anni fa il settantesimo della sua presenza in Egitto, dove estrae 655 mila barili di petrolio equivalenti di greggio al giorno (dato 2024). Il colosso italiano gestisce almeno un terzo del gas egiziano. Risulta inoltre essere questa l'area con il volume maggiore di riserve di gas per il cane a sei zampe, sarebbe oltre il 20% del totale delle sue riserve mondiali. Il giacimento di Zohr, scoperto da Eni nel 2015, è la carta più importante nelle mani del gruppo: dovrebbe custodire sino a 850 miliardi di metri cubi di gas. Se si aggiungono gli appalti per le infrastrutture e le commesse Fincantieri (ad esempio, un contratto decennale da 260 milioni firmato nel 2023) il caso si complica ulteriormente.

Nell’aprile 2025 al Cairo è atterrato il ministro degli esteri Antonio Tajani, anche lui pragmaticamente impegnato nella strategia del doppio forno. Ha chiuso un’intesa su un centro italo-egiziano finalizzato all’impiego e una sulla transizione energetica. Ha espresso gratitudine nei confronti di al-Sisi per la parte svolta contro l’immigrazione irregolare – «un partner affidabile» - ed è tornato a invocare più trasparenza sul caso Regeni. La linea ufficiale è che «questi accordi non cambiano la posizione sull’importanza della cooperazione giudiziaria» per far luce sul brutale assassinio del giovane triestino.

Il verdetto della Commissione parlamentare d’inchiesta era già chiaro nel 2021. «Se dalla parte italiana la ripresa dei contatti ad alto livello era intesa come ulteriore forma di sensibilizzazione degli egiziani per rinnovato partenariato strategico, nella controparte si è ingenerata l’opinione che la questione fosse chiusa o almeno confinata ad una dimensione laterale». Il Cairo, da quell’orecchio, non ci sente e non ci sentirà. Roma deve combinare quello che giudica l’interesse nazionale con l’indispensabile difesa dei diritti. Non è una partita facile, perché la pressione dal basso, giustamente, non si quieterà. Realpolitik contro diritti. Inutile farsi illusioni, il risultato è in questi casi scontato. Anche se questa non deve essere una ragione per smettere di gridare «verità per Giulio Regeni». —

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