Giulio Regeni, dai depistaggi egiziani al processo sospeso. La lunga battaglia per avere giustizia

L’ultimo messaggio telefonico partì alle 19.41: «Sto uscendo». Le indagini della Procura e la Commissione parlamentare d’inchiesta. A giudizio quattro 007 egiziani: si attende che la Corte Costituzionale si pronunci su un nodo tecnico per proseguire

 

Marco Ballico
Giulio Regeni, scomparso il 25 gennaio 2016 a Il Cairo e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo
Giulio Regeni, scomparso il 25 gennaio 2016 a Il Cairo e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo

«Sto uscendo». Giulio Regeni manda il suo ultimo messaggio telefonico dal Cairo alle 19.41 del 25 gennaio 2016. È una sera particolare: nel centro della capitale egiziana si celebra il quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir del 2011, la città è presidiata dalla polizia. Il dottorando dell’Università di Cambridge è diretto a una festa di compleanno. Da quel momento scompare.

 

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Per giorni, amici e colleghi lo cercano sui social con un hashtag che diventa appello collettivo: #whereisgiulio. Il 3 febbraio il corpo viene ritrovato lungo una strada periferica che collega il Cairo ad Alessandria. Martoriato. Le torture sono evidenti, l’autopsia riscontrerà fratture, bruciature, ferite profonde. È stato seviziato e ucciso.

Si capisce in fretta che dal Cairo non ci sarà collaborazione. Le versioni ufficiali fornite dalle autorità egiziane cambiano, si contraddicono, evaporano. Prima l’incidente stradale, poi la rapina finita male. A marzo 2016 emerge la pista di una banda criminale, i cui presunti componenti vengono uccisi in una sparatoria dalla polizia. Nell’appartamento di un familiare spunta una borsa con i documenti di Giulio. La messa in scena dura poco: i tabulati telefonici dimostrano che il capo della banda, nei giorni della scomparsa, si trovava a oltre cento chilometri dal Cairo. Roma non ci sta. «Abbiamo promesso alla mamma e al papà di Giulio che saremmo andati fino in fondo e confermo che non faremo nessun passo indietro», garantisce il premier Matteo Renzi.

La magistratura italiana avvia un’indagine parallela. Ma le rogatorie restano senza risposta, i tabulati arrivano a singhiozzo, i video delle telecamere della metropolitana dove Regeni era stato visto per l'ultima volta vengono cancellati. Così nell’aprile 2016 si decide di richiamare l'ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari. Lo sostituirà nel settembre 2017 Giampaolo Cantini, ma in un contesto di permanente gelo diplomatico. Anche se non mancano gli incontri tra procure, le parole di miele del ministro degli Esteri Angelino Alfano sull’Egitto «partner ineludibile», la messa a disposizione di un video in cui si vede Giulio parlare con Mohamed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti egiziani, che aveva denunciato il ricercatore italiano credendolo una spia.

Faticosamente, dopo che nel dicembre 2018 viene insediata una Commissione parlamentare di inchiesta - che svolgerà anche missioni a Cambridge - si giunge a una conclusione netta: il ricercatore è stato fermato, sequestrato, interrogato e torturato da uomini della National Security egiziana perché sospettato di attività sovversive. Nel gennaio 2020 quattro agenti dei servizi segreti egiziani sono rinviati a giudizio.

La reazione? Il Cairo non fornisce i loro indirizzi, non consente le notifiche, non li consegna. Il processo si apre comunque nell'aula bunker di Rebibbia nell’ottobre 2021, ma trova da subito ostacoli procedurali: il più complicato è superato dall’intervento decisivo della Corte costituzionale, che nel 2023 stabilisce un principio nuovo: nei casi di tortura di Stato l’assenza degli imputati non può trasformarsi in immunità di fatto. È la svolta che permette al dibattimento di proseguire, mentre la politica incalza ancora. Nell’aprile 2024, alla terza udienza contro gli 007 d’Egitto, il vicepremier Antonio Tajani assicura sulla ricerca della verità. Aggiunge la segretaria del Pd Elly Schlein: «Questa è una questione che riguarda la Repubblica e non una singola famiglia».

Ma nell’ottobre 2025, alla vigilia della requisitoria, la Corte d’Assise sospende le udienze e rimette gli atti alla Consulta. Il nodo è tecnico, ma pesante: il diritto di difesa. I legali d’ufficio dei quattro imputati chiedono che anche agli imputati assenti venga esteso il gratuito patrocinio, per poter nominare consulenti tecnici e traduttori necessari a confutare le prove dell’accusa. Senza quei fondi, sostengono, la difesa rischia di restare solo formale. I giudici riconoscono che la questione è rilevante e non manifestamente infondata. Finché la Corte costituzionale non si pronuncia, il processo resta sospeso. In attesa.—

 

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