«Uccise moglie e figlia, è sano di mente»

Ergastolo. É lo spettro che si profila all’orizzonte per Abdelhadi Lahmar, il 39enne marocchino che ha massacrato la moglie Touria e la figlioletta Hiba, 7 anni, la notte del 15 aprile scorso in via San Vito. Un duplice omicidio che ha sconvolto i pordenonesi ma che è stato il frutto della violenza di un uomo lucido, che quella notte era pienamente capace di intendere e di volere. Non una tragedia della follia, ma un delitto tanto efferato quanto premeditato.
Abdelhadi Lahmar, da otto mesi nel carcere di Pordenone, potrà essere processato. Lo stabilisce l’esito della perizia psichiatrica che è stato reso noto ieri mattina nell’ambito dell’udienza per l’incidente probatorio che aveva per oggetto proprio l’esame del lavoro peritale. L’udienza si è tenuta davanti al gip Alberto Rossi. Presenti il sostituto procuratore Federico Facchin, l’avvocato difensore Gianluca Liut e i due psichiatri nominati dal tribunale: Francesco Piani, direttore del dipartimento dipendenze di Udine, e Giovanni Gaiatto, direttore del centro di salute mentale di Pordenone. L’avvocato difensore chiederà il rito abbreviato, per lo sconto di un terzo della pena.
Completate le trascrizioni, il pm Facchin potrebbe chiedere già entro la fine della prossima settimana il giudizio immediato per duplice omicidio premeditato pluriaggravato. Tra le aggravanti il fatto di aver inferto i propri colpi mortali a un congiunto minorenne.
A fronte di un’imputazione del genere Lahmar rischia, come massimo della pena, l’ergastolo. Eventualità che non sarebbe esclusa anche in caso di abbreviato. Nel 2010 El Kataoui Dafani, che il 15 settembre 2009 uccise la figlia 18enne Sanaa ad Azzano Decimo, era stato condannato con rito abbreviato all’ergastolo. La condanna era stata poi ridotta in appello a 30 anni (confermati anche dalla Cassazione).
Lahmar – secondo quanto riferito dall’avvocato che anche ieri lo ha incontrato in carcere – appare in condizioni psichiche peggiorate, in stato confusionale e non ricorda di aver ucciso. Ricorda solo la chiamata che lui stesso fece al 112 quella notte, poco prima delle 3. Afferma di credere che moglie e figlia prima o poi verranno a trovarlo e ha incubi ricorrenti, dei quali ha parlato ai periti. Secondo i due specialisti, che lo hanno sottoposto a diversi test, Lahmar non è però affetto da patologie psichiatriche gravi. I sintomi di malessere da lui mostrati sarebbero frutto di una forma di simulazione. Secondo l’ipotesi difensiva, le sue azioni erano state fortemente condizionate dall’assunzione di potenti psicofarmaci, prescritti in Marocco. «Massima stima nei confronti dei due periti. Accettiamo l’esito» ha commentato ieri Liut.
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