Silicon box, la miopia sul ruolo delle multinazionali

C’è la sensazione che il Veneto non sia ancora attrezzato ad aprirsi al mercato internazionale degli investimenti da parte di grandi imprese

Giulio Buciuni

È di venerdì la notizia dell’investimento da 3, 2 miliardi da parte di Silicon Box a Novara.

La società di Singapore avvierà il primo impianto produttivo in Piemonte nel 2028 e impiegherà a regime circa 1. 600 addetti, incluso l’indotto.

L’indotto che andrà ad attivarsi attorno ad uno degli investimenti diretti esteri più importanti nella storia recente italiana rappresenta uno degli aspetti più interessanti dell’operazione.

Come già abbiamo imparato, attorno a grandi stabilimenti prendono spesso forma network di fornitori che mettono in moto economie di agglomerazione ed esternalità positive.

I grandi stabilimenti produttivi creano le premesse per dei processi di upgrading economici a livello di impresa e di territorio. In particolare, e come possiamo ad esempio osservare nell’evoluzione del distretto biomedicale di Galway in Irlanda, passato dall’essere un luogo di produzione low-cost per multinazionali americane a centro di eccellenza mondiale, i grandi impianti produttivi offrono la possibilità di accumulare competenze che nel tempo danno vita a nuove attività.

D’altra parte, sono spesso proprio i tecnici e gli ingegneri delle grandi imprese a dar forma a nuove attività imprenditoriali attraverso processi di spinoff.

Se l’investimento annunciato può essere visto come un successo per il Piemonte, rappresenta al tempo stesso una sconfitta per l’economia nordestina.

Il Veneto, infatti, è stato a lungo considerato come la vera alternativa e, dopo aver perso l’investimento da parte di Intel, si trova ora a fare i conti con un’ulteriore defezione.

Eppure, osservando le condizioni economiche e infrastrutturali delle due regioni, il Veneto non sembra soffrire alcun ritardo di competitività rispetto al Piemonte.

Certo, la vicinanza di Novara a Malpensa e al nuovo hub logistico di Casei Gerola può aver influito, ma la connettività garantita da una città come Verona non pare essere penalizzante. Almeno che non si inserisca in questa equazione un possibile “effetto Milano” , data la prossimità con Novara.

Aldilà delle possibili letture di quanto accaduto, rimane la sensazione che il Veneto non sia ancora attrezzato ad aprirsi al mercato internazionale degli investimenti da parte di grandi imprese.

Da un lato, manca a livello regionale un’agenzia preposta ad attirare investimenti diretti dall’estero (presente in molteplici regioni europee); dall’altro, è ancora ben radicato il convincimento che la competitività dell’industria regionale dipenda in larga parte dalla pletora di micro e piccole imprese del territorio.

È una visione miope e vetusta e che non fa i conti con le complessità che l’economia della conoscenza ha portato. Dalla capacità di investire continuativamente in tecnologia e innovazione all’attrattività di capitale umano qualificato, sono spesso proprio le grandi aziende a garantire ai territori le condizioni per un processo di upgrading diffuso e sostenibile nel tempo.

Aldilà delle funzioni che le multinazionali possono svolgere in un territorio, che certamente ci interessano e ci impongono un approccio strategico e pragmatico, non comprendere la centralità di questa tipologia di impresa nella competitività di una regione è un limite che rischia di costare caro.

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