Si schiantò con la barca rubata sul ponte di Rialto: condannata a due anni e 50 mila euro di danni
La ventenne lo scorso dicembre, in stato di alterazione, finì contro le colonnine con il natante carico di pacchi

Il rumore sordo dell’impatto violento, le immagini dei telefonini che in pochi minuti fecero il giro dei social, la paura che in uno dei punti più affollati del Canal Grande potesse consumarsi una tragedia. Era iniziata così, con il tentato furto di un barcone e una corsa senza controllo finita contro la balaustra del Ponte di Rialto - andata in pezzi - una delle pagine più surreali della cronaca veneziana recente. Oggi quella vicenda trova un primo approdo giudiziario.
Martedì, si è infatti tenuta l’udienza del processo a carico di B.T., la giovane responsabile dell’incidente: 20 anni, padovana italo-tunisina, di fatto senza fissa dimora. La giudice Francesca Zancan ha accolto la richiesta di giudizio abbreviato presentato dalla difesa e ha condannato l’imputata a due anni e due mesi di reclusione, oltre a una multa di 1.400 euro.
La giudice ha inoltre riconosciuto la costituzione di parte civile del Comune di Venezia, a cui la donna dovrà risarcire i danni: il Tribunale ha disposto una provvisionale immediatamente esecutiva di 50 mila euro, rinviando al giudice civile la quantificazione definitiva. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro trenta giorni. I fatti risalgono a una mattina di dicembre che Venezia ricorda bene.
La ragazza, ventenne, aveva rubato una barca da trasporto dell’azienda Brussa, carica di pacchi natalizi, ormeggiata in Erbaria. Dopo aver tagliato il Canal Grande - senza alcuna dimestichezza con la manovra - si era schiantata prima contro le colonne alla base del Ponte di Rialto, mandandone in frantumi tre, e poi contro i gradini che scendono in acqua. Una manovra folle, compiuta in stato di alterazione, che solo per caso non provocò feriti.
Bloccata poco dopo dagli agenti della polizia locale mentre cercava di dileguarsi tra la folla delle Mercerie, la giovane – senza fissa dimora, con una storia di dipendenze e marginalità – aveva dichiarato di non ricordare nulla, di averlo fatto perché aveva «sentito delle voci». Martedì quella corsa senza senso si è tradotta in una condanna penale e in un conto ancora aperto per i danni arrecati a uno dei simboli più fragili e preziosi della città. Venezia, ancora una volta, presenta il conto. La difesa, se lo riterrà, potrà presentare appello.
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