Reclutata dall’Isis, ora ha paura: «Meriem vuole tornare in Italia»

L’appello di Redouane Rehaily, papà della 29enne di Arzergrande, in provincia di Padova, partita dieci anni fa per combattere con lo Stato Islamico

Alice Ferretti
Meriem Rehaily, 29 anni, marocchina cresciuta ad Arzergrande
Meriem Rehaily, 29 anni, marocchina cresciuta ad Arzergrande

Per anni i campi nel Nord est della Siria sono stati un limbo di tende e filo spinato, senza uscita. Oggi, con il passaggio dal controllo delle milizie curde al nuovo governo siriano, quel limbo comincia a muoversi.

Ed è in questo spazio incerto che torna a emergere la storia di Meriem Rehaily, 29 anni, marocchina cresciuta ad Arzergrande, in provincia di Padova, partita per la Siria a 19 anni e da tempo rinchiusa nel campo di Roj insieme ai suoi bambini. Oggi per Meriem si intravede forse una speranza, quella di tornare con i suoi piccoli in Italia.

La partenza da Arzergrande

Era il 14 luglio 2015 quando lasciò improvvisamente la casa di famiglia, ad Arzergrande, un comune di poco più di 4 mila abitanti nella Bassa Padovana, e la sua vita da studentessa a Piove di Sacco per raggiungere la Siria e unirsi allo Stato Islamico. Aveva 19 anni e diceva di voler fare la combattente.

Due anni più tardi, nel 2017, la giovane sarebbe stata condannata dalla giustizia italiana in contumacia a quattro anni di reclusione per arruolamento con finalità di terrorismo internazionale.

Rinchiusa nel campo di Roj con i figli

Dopo la caduta del Califfato, Meriem è ricomparsa nel giugno 2018 nel campo di Roj, una tendopoli isolata nel Nord est della Siria dove l’intelligence curda ha concentrato per anni donne e bambini legati ai miliziani dell’Isis.

Qui la donna vive tuttora con i due figli, nati dal matrimonio con un uomo palestinese conosciuto durante la permanenza a Raqqa e ora morto.

Roj, come il più noto campo di al-Hol, è uno dei luoghi simbolo dell’eredità irrisolta dello Stato Islamico: alloggi improvvisati, condizioni igieniche precarie, assenza di servizi scolastici, un’esistenza sospesa in cui migliaia di donne e bambini sono rimasti bloccati per anni senza una prospettiva chiara. Con il recente cambio di controllo, prima gli uomini detenuti nelle carceri e poi le donne, potrebbero essere coinvolti in trasferimenti o rilasci. Ma le informazioni sono frammentarie.

L’appello del padre

«La situazione è molto caotica, non si capisce quasi niente», racconta Redouane Rehaily, padre di Meriem, operaio specializzato, da oltre vent’anni in Italia. «Mia figlia vive nelle tende con i suoi due bambini, che hanno cinque e sei anni. Sono prigionieri, restano sempre lì dentro. Sappiamo che stanno liberando alcuni uomini dalle carceri, alle donne si dice che toccherà dopo, ma nessuno parla chiaro».

Il problema, spiega l’uomo, è anche diplomatico: «Nessuno fa nulla per mia figlia. Il Marocco dice che deve occuparsene l’Italia, perché Meriem è cresciuta qui. Ma l’Italia non si sta muovendo. Noi siamo molto preoccupati, soprattutto per i bambini. Devono andare a scuola, crescere normalmente, non vivere in una tendopoli».

Contatti sporadici

I contatti con la figlia sono sporadici, a tratti nulli: «Ufficialmente i telefoni nel campo non si potrebbero avere, ma qualcuno ce li ha. Ogni tanto Meriem riesce a chiamarci, raramente anche con una videochiamata. Così abbiamo conosciuto i nostri nipoti. Fa freddo e a tratti, ho saputo, non c’è neppure la corrente elettrica. L’ultima volta che ho sentito mia figlia è stata una decina di giorni fa».

Meriem, racconta il padre, vorrebbe tornare in Italia, ma ha paura: «Vuole rientrare, ma teme il carcere e soprattutto che le portino via i figli. È stata plagiata online, com’è successo purtroppo a tanti ragazzi. Adesso però se n’è resa conto. Meriem non è cattiva».

«Non ha mai combattuto» 

Secondo il padre la ragazza non avrebbe mai combattuto, nonostante il suo intento, ormai più di dieci anni fa, fosse proprio quello: «È arrivata nel 2015, ha conosciuto quello che sarebbe diventato suo marito ed è rimasta subito incinta. Si è sposata, ha avuto i bambini. Non ha fatto nulla di quello che dicono. Come avrebbe fatto una donna incinta a combattere? Anche volendo sarebbe stato impossibile», continua Redouane Rehaily. «Io ho sempre collaborato con i carabinieri del Ros, e in certi momenti ho creduto anche che il ritorno di mia figlia fosse vicino, poi purtroppo è tutto svanito, come una bolla di sapone. Lei era una ragazza come le altre, viveva come gli italiani. Era giovane e qualcuno è riuscito a plagiarla».

Infine il papà di Meriem, con la voce commossa, lancia un appello: «Chiedo all’Italia che si impegni a far tornare mia figlia. È stata condannata ingiustamente in un processo dove non ha potuto neppure difendersi. Io, la sua mamma e i suoi cinque fratelli l’aspettiamo a casa e non vediamo l’ora di riabbracciarla». —

 

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