Fattorini senza contributi, arrestati a Trieste i presunti responsabili della rete di caporalato grigio

L’inchiesta Dirty delivery della Guardia di Finanza: 14 indagati e 120 lavoratori irregolari. Disposto sequestro da 750 mila euro

 

 

Maria Elena Pattaro

Caporalato grigio sulla pelle di fattorini della logistica, a cui non venivano versati i contributi. E frode fiscale ai danni dell’Erario. Sono 120 i lavoratori irregolari reclutati negli anni (dal 2017 a oggi) attraverso un sistema di falsi appalti sgominato nei giorni scorsi dalla Guardia di Finanza di Trieste e Venezia, attraverso l’operazione “Dirty delivery”. Due arresti nel capoluogo giuliano e 14 persone indagate, di cui 5 accusate di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento dei lavoratori e ai reati fiscali, alla luce di un giro di fatture false da 5,4 milioni di euro.

Dieci le società cartiere sparse in tutta Italia finite sotto inchiesta. Completa il quadro un sequestro preventivo per oltre 750 mila euro.

Al centro dell’inchiesta delle Fiamme gialle è finita la Iet doo (International Express Transport), una società di diritto croata, con sede legale a Buje, centro di coordinamento operativo a Trieste (nella zona artigianale Dolina, a San Dorligo della Valle) e altre articolazioni a Nord Est: una sede a Pramaggiore (Venezia) e il magazzino logistico territoriale a Udine. L’azienda opera nel settore della logistica, recapitando pacchi per conto di importanti aziende, compresa Amazon, con cui ha rapporti di subappalto.

In manette sono finiti Michela Calabrese, 50 anni, amministratrice della Iet, e il presunto complice, di 70 anni, entrambi domiciliati a Trieste. Sarebbero loro, stando alle ipotesi investigative, i principali protagonisti del sodalizio criminale che aveva messo in piedi il sistema di appalti illeciti di manodopera. Le indagini sono affidate al Primo Gruppo di Trieste della Gdf e al Gruppo di Portogruaro, sotto la direzione del sostituto procuratore di Trieste Chiara De Grassi. Il 70enne arrestato, che non ricoprirebbe cariche ufficiali nella società croata, è ora in custodia cautelare nel carcere del Coroneo. La donna, invece, si trova agli arresti domiciliari. Insieme a loro sono finiti sotto inchiesta altri 12 soggetti, che orbitano nella galassia delle società appaltatrici e risiedono nelle province di Udine, Modena, Teramo, Venezia, Foggia, Pesaro Urbino e Ragusa. Tali società fungevano da bacino da cui reclutare lavoratori aggirando le norme in materia di lavoro e i contratti collettivi nazionali di settore. Caporalato grigio, appunto.

Il meccanismo della frode smascherato dalle Fiamme gialle si basa su una rete di società fittizie, intestate a prestanome. Queste ingaggiavano squadre di lavoratori, poi cedute irregolarmente alla Iet doo con falsi contratti d’appalto di servizi. Anziché affidarsi alle agenzie interinali, la ditta di spedizioni croata si sarebbe appoggiata alle scatole vuote create ad hoc. Venti le società perquisite dalla Gdf in tutta la penisola. La somministrazione illecita di manodopera veniva dissimulata attraverso contratti di appalto fittizi. Da qui le fatture per operazioni giuridicamente inesistenti emesse in favore della Iet, che utilizzava di fatto di lavoratori per importi corrispondenti agli stipendi netti da erogare. «Attraverso tale meccanismo – spiega la Guardia di Finanza in un comunicato – la beneficiaria annotava elementi passivi fittizi, maturando indebiti crediti Iva. Mentre la relativa imposta a debito non veniva dichiarata né versata». A farne le spese non sono soltanto le casse statali. Ma anche i lavoratori, lasciati senza contributi previdenziali e assistenziali. Sono 120 quelli irregolari «per i quali sono state rilevate plurime violazioni alle normative fiscali, previdenziali, assicurative e giuslavoristiche», spiega la Gdf.

Nei confronti dei due indagati triestini è scattata la misura cautelare. La gip Flavia Mangiante ha disposto la custodia in carcere per il 70enne e i domiciliari per la 50enne e il sequestro preventivo di 750mila euro, come richiesto dalla Procura. Nei giorni scorsi, durante l’interrogatorio di garanzia, gli indagati (difesi l’uno dagli avvocati Mariapia Maier e Carlo Sciarelli; l’altra dall’avvocata Paola Bosari) si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Gli esiti delle attività investigative verranno inviati all’Ispettorato del Lavoro, all’Inps e all’Inail per i seguiti di competenza. L’operazione squarcia il velo sul “caporalato grigio”, una forma di sfruttamento contemporaneo dei lavoratori. Quando si sente parlare di caporalato, la prima immagine a cui si pensa è quella dei braccianti sfruttati in condizione di semi-schiavitù nelle campagne assolate del Sud Italia. Ma è solo una faccia del fenomeno e nemmeno la più diffusa. Nel nostro territorio la più pervasiva è appunto quella che si nasconde sotto una facciata di apparente legalità fatta di appalti e subappalti fittizi. E che insidia settori strategici come logistica, cantieristica ed edilizia.—

 

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