Delitto di Padova, fiori e lumini nel tunnel dell’omicidio: i colleghi omaggiano Marco Cossi

A Tencarola resta il vuoto di un uomo gentile che c'era sempre: «Non è questo il modo di morire». Al bar Centralino lo aspettano ancora: «Portava il cappuccino alla mamma, ci aiutava coi tavoli»

Silvia Bergamin
I fiori sul luogo dell'omicidio
I fiori sul luogo dell'omicidio

Il mazzo di fiori è arrivato mercoledì mattina, portato dai colleghi della Plurima di Veggiano, la società di trasporti ospedalieri dove Marco Cossi lavorava come autista. Lo hanno posato con cura sull’asfalto del tunnel di via Isonzo, lì dove la sua vita si è spezzata. Colori vivi, quasi a voler contrastare il grigio di quel punto diventato in poche ore un luogo di memoria. Accanto, un collage di fotografie e un saluto semplice: “Ciao Marcone”. Poco più in là, i lumini accesi il giorno prima continuano a bruciare piano. Segni diversi, lo stesso bisogno di fermarsi, di lasciare qualcosa, di rendere visibile un dolore che fatica ancora a trovare parole.

Il bar di casa

Al Centralino, sotto casa, Marco era una presenza quotidiana. «Sempre gentile, sempre educato», raccontano i titolari Angela e Luigi. «Non l’abbiamo mai visto bere alcolici, prendeva cappuccino e acqua frizzante». Ma sono i dettagli a restare. «Per la mamma portava sempre su qualcosa: un cappuccino, un krapfen. Non mancava mai».

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Nel tondoSamuele Donadello (Masterchef). Nella foto grande, il furgone

Un cliente diventato presto molto di più. «Ci aiutava a sistemare i tavolini fuori, senza che nessuno glielo chiedesse. Era fatto così». E poi quel modo di stare, discreto ma costante. «Anche quando era di corsa, un saluto lo trovava sempre. Era uno di quelli che diventano di famiglia senza accorgertene». La notizia della morte è arrivata improvvisa. «Ci si è spezzato il cuore. Perché no, così non si può morire». Nel locale, dicono, si sente già la sua mancanza nelle piccole abitudini di ogni giorno.

Gli amici: «solo rispetto per lui»

Fuori dal bar, la compagnia si ritrova come sempre, ma senza di lui. «La cosa che chiediamo è una sola: rispetto per la memoria di Marco», dicono. «Era una persona splendida, una di quelle che si fanno voler bene senza sforzo».

Le parole si somigliano, si rincorrono. «Non gli abbiamo mai sentito alzare la voce», «era sempre pronto a salutare», «si fermava per due parole».

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Samuele Donadello

Quello che pesa di più è l’assenza. «Fa male pensare che non lo vedremo più qui, sed uto ai tavolini». E anche l’incredulità.  «È impossibile capire come qualcuno possa avergli fatto del male».

C’è chi ricorda le risate, chi i momenti più semplici condivisi senza bisogno di organizzare nulla. «Bastava stare insieme, lui c’era sempre». Per tutti resta “Marcone”, il gigante buono. «Uno che non faceva mai rumore, ma c’era sempre».

La quotidianità che resta

Il ritratto di Marco prende forma nelle abitudini. Il cappuccino al mattino, i passaggi veloci al bar, i gesti ripetuti ogni giorno. «Era sempre gentile e rispettoso», racconta chi lo incrociava spesso. «Anche solo per una bottiglia d’acqua si fermava, scambiava due parole». E poi quella disponibilità naturale. «Se c’era da dare una mano, lui lo faceva e basta, senza aspettarsi nulla».

Anche in palestra lo ricordano così. «Cordiale, sorridente, aperto», raccontano. «Si era messo in testa di migliorarsi e veniva con costanza, senza mai saltare». Piccole cose, forse. Ma sono quelle che oggi danno la misura del vuoto, perché erano diventate parte della normalità di tutti.

Un ricordo condiviso

Anche al lavoro, Marco era un punto di riferimento, «un grande motivatore, che sapeva tenere insieme le persone con la sua energia», raccontano i colleghi. «Sempre presente, sempre pronto». Un’immagine che combacia con quella del paese. Un uomo gentile, discreto, capace di lasciare un segno senza mai cercare attenzione. «Era impossibile non volergli bene», dice qualcuno.

E così Tencarola lo racconta, mettendo insieme voci, gesti, ricordi. Dal tunnel di via Isonzo al bar sotto casa, fino agli angoli più quotidiani, prende forma la storia di Marco Cossi. Un uomo normale, nel senso più pieno del termine. «Uno di quelli che ci sono sempre», dicono gli amici, guardando quel tavolino che ora resta vuoto. E che proprio per questo, oggi, mancano a tutti. —

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