Soldi e dissidi, la confessione del collaboratore che ha ucciso Mario Ruoso: «Ero esasperato»

Loriano Bedin, 67 anni, legato da anni all’imprenditore pordenonese, ha ammesso di averlo colpito a morte a più riprese. La Procura gli contesta l’ipotesi di omicidio aggravato. La spranga lanciata dalla finestra e gli abiti gettati nel Meduna

Giulia Soligon
Loriano Bedin scortato dalle forze dell'ordine e mentre imbraccia il tubo di ferro con cui ucciderà su Ruoso
Loriano Bedin scortato dalle forze dell'ordine e mentre imbraccia il tubo di ferro con cui ucciderà su Ruoso

«Ero esasperato. Ho avuto un momento di pazzia», così Loriano Bedin, 67 anni, ha confessato di aver ucciso Mario Ruoso, l’imprenditore di 87 anni, storico patron di TelePordenone, a colpi di spranga all’interno del suo appartamento al settimo piano del condominio Brentella in via del Porto a Porcia.

Dalla giornata di giovedì 5 marzo Bedin è in stato di fermo perché indiziato di omicidio aggravato dalla premeditazione e dalla minorata difesa della vittima in relazione all’età.

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Nel tondo Loriano Bedin, storico collaboratore di Telepordenone. Sullo sfondo un mazzo di fiori lasciato sul luogo del delitto

L’interrogatorio

Gli agenti della squadra mobile, guidati da Giusy Valenti, che proprio mercoledì ne ha assunto il ruolo di dirigente, hanno lavorato tutta la notte per chiudere il cerchio degli indizi attorno al nome di Bedin, rintracciato alle 4.15 nell’appartamento di via Toti a Tiezzo di Azzano Decimo, dove viveva in affitto da un paio di anni con la compagna. Condotto in Questura, per quasi tre ore è stato torchiato dal pubblico ministero Federica Urban e dal procuratore capo Pietro Montrone ai quali ha confessato il delitto, collaborando nel fornire indicazioni sul luogo di ritrovamento dell’arma e dei vestiti di cui si era disfatto in un primo momento.

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Difeso d’ufficio dall’avvocato Valter Buttignol, Bedin in sede di interrogatorio, dopo un’iniziale titubanza davanti al grave quadro indiziario delineatogli, è crollato e ha ammesso il fatto. «Nonostante le motivazioni che lo hanno spinto, l’impressione è di una persona che si è resa conto di aver commesso un fatto enorme e probabilmente si sente meglio dopo averlo confessato» ha affermato Montrone in conferenza stampa sulle condizioni di Bedin, che all’uscita dalla Questura è apparso disorientato e confuso. È stato condotto in carcere a Pordenone in attesa dell’udienza di convalida.

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L'area posta sotto sequestro dopo l'omicidio di Mario Ruoso (Foto Brisotto/petrussi)

Il movente

Il movente è economico. Diatribe e rivendicazioni che affondano le loro radici nell’ultimo periodo di vita della società RadioTelePordenone, attualmente in liquidazione giudiziale. Bedin, storico collaboratore dell’imprenditore, per una diversi anni ha svolto mansioni di tecnico, installatore e manutentore dell’alta frequenza e delle apparecchiature televisive. «Allo stato attuale è evidente e probabile una connessione con problematiche di carattere economico emerse nell’ambito della fase finale della società. Ci sono segnalazioni fatte dal curatore fallimentare che ha raccolto dichiarazioni di Ruoso sulle problematiche con Bedin».

 

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L’omicidio potrebbe essere la tragica conclusione di rapporti burrascosi per questioni di soldi. È inevitabile non considerare una possibile connessione con l’incendio al Garage Venezia, per il quale si apprende che Bedin risulta indagato come possibile responsabile del rogo che aveva incenerito una Lamborghini con documenti accatastati al suo interno. «Di questo però non abbiamo parlato oggi con lui», ha spiegato il procuratore Montrone.

Il delitto

L’agguato si è consumato sull’uscio dell’appartamento numero 25 al settimo piano, raggiunto da Bedin qualche minuto dopo le 7. 22 quando una telecamera di sorveglianza fuori dal condominio lo riprende mentre si avvicina all’androne impugnando un tubo di ferro lungo 71 centimetri. Salito al piano dell’attico, ha atteso Ruoso uscire e, nel momento in cui la vittima stava per chiudere la porta d’ingresso, l’ha colpito da dietro facendolo cadere in avanti e urtare il volto sullo spigolo di un tavolino di vetro. Poi, una volta disteso a terra, l’ha colpito più volte al capo con un’azione feroce, una vera e propria mattanza.

Ha cercato di disfarsi dell’arma del delitto, lanciandola dalla finestra del pianerottolo per recuperarla in un momento successivo e gettarla nel vicino canale Brentella. Allontanatosi a piedi, ha recuperato l’auto, la Mercedes classe A di colore grigio, parcheggiata a distanza di qualche isolato. Cambiati i vestiti, quelli sporchi di sangue li ha gettati nel torrente Meduna. A incastrarlo ci sono i «tabulati telefonici e le immagini delle telecamere» ha proseguito Montrone.

I prossimi passi

Mentre si attende l’udienza di convalida davanti al gip del tribunale di Pordenone, prosegue l’attività investigativa per approfondire alcuni aspetti della vicenda, soprattutto inerenti al movente.

Nei prossimi giorni sarà fissata anche la data dell’autopsia per definire il numero esatto di colpi e le lesioni riportate. Decisivo è stato il lavoro del medico legale Antonello Cirnelli, che già nel corso del primo esame esterno sul corpo ha riconosciuto immediatamente i segni di un’aggressione violenta, improvvisa e imprevista per la vittima.

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