La salute mentale muore in una cella
Il tema è serissimo, ma non è soltanto una questione di soldi. Un esempio? Il caso di Alvaro Fabrizio Nuñez Sanchez, affetto da gravi patologie psichiatriche, suicidatosi nel carcere di Torino: non era il posto per lui, non doveva stare lì

Dall’inizio del 2024 ci sono stati 29 suicidi nelle carceri italiane. Il triste record del 2022 - 84 suicidi - rischia di essere facilmente superato: una strage che interessa a pochi.
Tra questi pochi ci dovrebbe essere, in teoria, il “liberale” ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha firmato un decreto che prevede, per quest’anno, l’assegnazione di 5 milioni di euro all’amministrazione penitenziaria.
Soldi destinati al «potenziamento dei servizi trattamentali e psicologici negli istituti, attraverso il coinvolgimento di esperti specializzati e di professionisti esterni all’amministrazione.
Più che raddoppiato lo stanziamento annuale di bilancio destinato alle finalità di prevenzione del fenomeno suicidario e di riduzione del disagio dei ristretti», ha detto lo stesso ministro (che peraltro vorrebbe risolvere il sovraffollamento carcerario aumentando il numero di posti in carcere).
Viene da chiedersi tuttavia se non sia una goccia nel mare. Giriamo la domanda al filosofo del diritto Emilio Santoro, fondatore de L’Altro diritto: «È poco più di un ritorno all’assistenza psicologica di un anno fa - risponde il professor Santoro -. L’amministrazione penitenziaria pagava gli psicologi pochissimo, per cui solo quelli che non avevano altre alternative andavano a lavorare in carcere. Per ovviare a questa situazione il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ndr) ha alzato il compenso orario degli psicologi, ma non aumentando il budget.
Per cui il risultato era una netta diminuzione di ore di assistenza. A partire dal primo febbraio 2024 il compenso orario spettante agli psicologi penitenziari è passato da 17,63 a 30 euro lordi, oltre Iva e oneri previdenziali. Quindi il raddoppio (o poco più) del finanziamento sostanzialmente evita la riduzione del sostegno psicologico più che aumentarlo».
Il tema della salute mentale in carcere è serissimo, ma non è soltanto una questione di soldi. Che cosa ci faceva in prigione Alvaro Fabrizio Nuñez Sanchez, detenuto di 31 anni, affetto da gravi patologie psichiatriche, suicidatosi nel carcere di Lorusso e Cutugno, a Torino, lo scorso 24 marzo? Assolutamente niente.
Non era il posto per lui, non doveva stare lì. Lo aveva stabilito il pm che aveva disposto il trasferimento in una Rems, cioè una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza; le Rems sono luoghi che ospitano le persone dichiarate incapaci (o semi incapaci) di intendere e volere al momento della commissione del reato, ma ritenute socialmente pericolose.
Era proprio il caso di Nuñez, gravemente malato, che aveva tentato di uccidere il padre accoltellandolo nel sonno. Il giovane ha atteso lunghi mesi un trasferimento che non è mai arrivato, perché non c’era posto in una delle sole due Rems in Piemonte.
Il tema della salute mentale in carcere è e resta tra i più misconosciuti. Si fa fatica a capire l’entità del problema, che però in realtà è a monte. Come fa il carcere, luogo psicopatogeno e “fabbrica di handicap”, a curare il cosiddetto reo-folle?
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