Il dolore diventa musica: i 55 secondi che in Friuli cambiarono la storia
Mercoledì 6 maggio al Giovanni da Udine l’opera firmata da Cristian Carrara. «La volontà è raccontare quello che successe dopo»

A 50 anni dal terremoto che nel 1976 cambiò per sempre il Friuli, la memoria collettiva torna a vivere anche attraverso la musica. Debutterà mercoledì 6 maggio al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, alle 20.30, “55 secondi”, opera musical inedita firmata dal compositore pordenonese Cristian Carrara.
Autore eseguito in contesti internazionali, con un’ampia produzione discografica e che fra le varie commissioni ricevute registra quelle dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, Maggio musicale fiorentino e Filarmonica Toscanini di Parma, arriva a questo appuntamento dopo importanti, recenti, riconoscimenti.
Partiamo dal 6 maggio: “55 secondi” è una prima legata ai 50 anni dal terremoto del Friuli. Che responsabilità artistica sente nel trasformare una memoria così dolorosa in musica?
«La musica parte dalla storia: si tratta di un’opera musical che ha un linguaggio suo, su libretto di Fiorenza Cedolins. La volontà è raccontare il terremoto, ma anche quello che è successo dopo, come la nostra terra si è rialzata. Ne emerge che questi 55 secondi hanno cambiato la storia del Friuli, nel dolore ma allo stesso tempo nella rinascita».
Avete definito questo lavoro un’“opera musical”: una forma ibrida fra opera lirica e musical. Come ha costruito questo linguaggio e quali sfide comporta rispetto alla scrittura tradizionale?
«Essendo eclettico, vengo dal mondo “colto” ma ho scritto anche molta musica leggera. È stato naturale e divertente unire questi due mondi, che non sono semplici da far dialogare. Chi verrà troverà sia una componente lirica molto gradevole sia una musica più leggera, nobilitata però dai colori dell’orchestra».
Il progetto coinvolge una grande compagnia, con molti artisti friulani. Quanto è importante per lei che questo lavoro sia “dei friulani per i friulani”? E che rapporto ha con la sua terra oggi?
«Dopo vent’anni a Roma, da sei anni sono tornato qui. Guardare il Friuli da fuori è stato utile, perché quando ci sei dentro non ti accorgi delle risorse che hai, e qui ce ne sono tante, di grande qualità artistica. È importante che questa produzione, che non nasce in un teatro d’opera, sia fatta con maestranze friulane, per valorizzare questa ricchezza. Siamo un popolo che tende a sottovalutarsi: da un lato è anche una forma di discrezione, dall’altro però dobbiamo avere più consapevolezza delle nostre capacità».
Veniamo all’attualità: il disco “War Silence”, che contiene anche il suo concerto per pianoforte, ha vinto gli International Classical Music Awards 2026. Che valore ha questo riconoscimento nel suo percorso?
«Ho realizzato diversi dischi, ma questo ha un valore particolare anche se non è interamente dedicato alla mia musica. È inciso con la London Philharmonic Orchestra, una delle più importanti al mondo, per l’etichetta Hyperion. Gli International Classical Music Awards sono il premio discografico più importante: eravamo in competizione con compositori molto affermati. Mi fa piacere anche perché il titolo del disco è quello del mio concerto per pianoforte e orchestra, dedicato alla possibilità di trovare silenzio nel rumore della guerra».
È appena rientrato dalla California, dove ha debuttato con “Rosso Ferrari” e ha tenuto una masterclass all’ Ucla, prestigiosa università americana, cosa rara per un compositore italiano. Che differenze ha percepito tra il pubblico e il mondo musicale americano e quello europeo?
«“Rosso Ferrari” ha avuto la sua prima americana a Santa Barbara con la Santa Barbara Symphony Orchestra. La differenza principale è che il pubblico americano è più abituato ad ascoltare musica nuova: il fatto che ci sia un brano in prima esecuzione è un motivo per andare a un concerto».
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