Il terremoto nelle opere di Nata: «Una tragedia rimasta dentro»
Il pittore d’origine friulana espone le sue opere dal 19 a Lo Studiolo di Udine. Sono state dipinte in un periodo che l’artista definisce di “turbolenza emotiva”. «Fu Giovanni Testori a immamorarsi dei miei quadri e a spronarmi»

“Dove ci troviamo? Nelle cantine di qualche maniero o di qualche orrida prigione che i secoli hanno smangiato? O, invece, più semplicemente, ma anche più tragicamente, in quelle case che l'atroce avidità del sisma, in un attimo, ha fatto crollare e ha così distrutto?”. Ci troviamo a Lo Studiolo, spazio espositivo e di incontro sull’arte contemporanea con libero accesso in via Mercatovecchio, dove verranno esposte fino al 23 ottobre una ventina di tele di medio e grande formato dipinte nel 1985 dall’artista di Codroipo Nata.
La mostra si inaugura sabato 19 (dalle 17 alle 20) e si intitola Relicta, letteralmente “cose abbandonate” o “sopravvissute, residuate”. Ma sopravvissute a cosa? Prendendo a prestito le parole del grande critico d’arte Giovanni Testori, sopra riportate e scritte in occasione della mostra di tali opere allestita nel 1985 a Milano allo Studio d’Arte Cannaviello, si tratta di reminiscenze di quanto vissuto dall’artista friulano nel post terremoto del 1976, dipinte in un periodo che lui stesso definisce di “turbolenza” emotiva, una parentesi che ha anche segnato in positivo la sua fortuna a Milano e che è cessata quando sono nati tutti i suoi figli, con il rientro in Friuli, dopo i dieci anni ambrosiani, e lo schiarimento della tavolozza.
Nata racconta come andarono le cose in quell’autunno del 1985 in cui approdò dal Friuli a Milano. «Milano è stato per me un grande colpo di fortuna. Fu Roberto Vitali della rivista Juliet di Trieste a dirmi che con i miei lavori avrei potuto ambire a Milano e mi suggerì di andarci e presentarmi a tre gallerie, una di queste era la Galleria Cannaviello. Enzo non c’era, portai in galleria tre foto e le lasciai ai collaboratori. Uscendo incrociai una persona dal volto familiare: anche lui mi fissò. Ripresi il treno per tornare a Udine. Alle 20, poco dopo il mio arrivo, dal bar sotto il mio studio (non c’erano i cellulari allora) mi dissero che al telefono c’era Cannaviello per me».
Ad apprezzare il lavoro Giovanni Testori, che scriveva allora per il Corriere della Sera: «Era lui la persona che avevo incrociato per le scale. Si innamorò delle mie opere e stimolò Cannaviello. Il quale mi disse di presentarmi il giorno dopo a Milano con un quadro. Eccitato dall’adrenalina, ho dipinto tutta la notte: il risultato è stato un’opera molto tenebrosa, una di quelle poi denominate Relicta da Testori. Il giorno seguente a Milano, il gallerista mi consigliò di trasferirmi lì a vivere. Cosa che ho fatto dopo aver concluso l’anno e aver chiesto il trasferimento in una scuola milanese»
Perché queste opere dipinte nel 1985 c’entrano con il terremoto del 1976? «In quel periodo lavorai in uno spazio dove c’era una moltitudine di cose ammucchiate che poi ho dipinto. Inconsciamente dipingevo quei soggetti senza alcuna limitazione. Avevo raccontato a Testori dei miei cinque anni trascorsi dopo il terremoto tra Gemona e Artegna quando disegnavo arredi per interni e vidi tanta distruzione: quelle forme mi erano rimaste dentro e lui lo capì».
Testori capì anche altro: nel testo critico dedicato ai Relicta, consultabile a Lo Studiolo di Udine, cita come suggestione visiva il dipinto del Lignum Vitae dell’abbazia di Sesto al Reghena. «Coincidenza, quell’affresco di scuola giottesca era la copertina delle Pagine Gialle di quell’anno. E io ero andato a vederla di persona proprio una settimana prima di andare a Milano: mi ricordava i pali che metteva mio padre per le viti, grazie a cui rigermogliavano».
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