Nel segno di Tiziano Terzani: il giornalista, viaggiatore e pensatore eremita raccontato dalla figlia

Saksia, la secondogenita dello scrittore a cui Udine ha intitolato un Premio, parlerà del rapporto con il padre il 1 ottobre all’ex chiesa di San Gregorio a Sacile: «Con lui una vita fuori dal comune ma non mi ha fatto mai sentire inadeguata»

Maria Balliana
Tiziano Terzani con Saskia bambina
Tiziano Terzani con Saskia bambina

«Io sono stato molte cose, ma alla fine non sono nessuno». Con questa frase, che è una semplice constatazione, senza rimpianti, chiude “La fine è il mio inizio”, il racconto di una vita che Tiziano Terzani consegnò al figlio Folco poco prima di morire il 28 luglio 2004 nell’eremo toscano che aveva scelto come sua ultima dimora. “Nel segno del padre -Tiziano Terzani raccontato dalla figlia Saskia” è il titolo dell’incontro che si terrà il 1 ottobre alle 17.30 nell’ex chiesa di San Gregorio a Sacile, che darà avvio all’attività 2026-27 dell’Ute sul tema genitori e figli.

Terzani fu molte cose, tutte quelle che volle essere: giornalista, scrittore, viaggiatore, pensatore (non intellettuale, precisava), marito e padre straordinariamente ingombrante («ero uno che faceva ombra»),innamorato dell’uomo e suo critico feroce («bipede bestiale» lo definiva). Uno che non smise mai di cercare, prima di tutto sé stesso e il senso della sua esistenza, nel segno di una smisurata voglia di conoscere e di capire. Per poi, al culmine della ricerca e dell’affermazione, buttare via tutto e rivolgere lo sguardo e la comprensione dentro di sé. E divenne “Anam”, “il senzanome”. Accanto a lui, amati, trascinati nei suoi soggiorni in giro per il mondo, la moglie Angela Staude, giornalista e scrittrice anch’essa, che aveva capito e accettato la natura di quest’uomo che non poteva stare fermo. E i figli Folco e Saskia.

Saskia, lei è nata a Milano e poi vissuta per molti anni in Oriente, da Singapore alla Cina, dal Vietnam al Giappone: dov’era casa per voi bambini?

«Casa è dove c’è famiglia. Pur consapevoli di essere stranieri, estranei alla realtà in cui ci trovavamo, abbiamo avuto case, nel senso fisico del termine, che il papà e la mamma costruivano, oggetto su oggetto, a nostra misura, per farcela sentire del tutto nostra, a differenza di tanti amici che preferivano abitare in appartamenti anonimi. Mio padre poi, ha sempre comprato e raccolto mobili, tappeti, oggetti, libri (alla fine una collezione di 15.000 volumi) che ci hanno seguito in ogni trasloco perché lui li amava in quanto simboli di vite, di laboriosità, di culture affascinanti. Oggi molti di quegli oggetti sono nelle nostre case e ci parlano di quel tempo che abbiamo vissuto altrove, e di lui. Nella mia casa in Toscana c’è un portone indiano proveniente dal Gujarat che lui trovò abbandonato per strada, negoziò per averlo e portarselo a Delhi dove non fu mai scartato per poi arrivare a Firenze e ora da me, dove ha trovato finalmente casa».

Sua madre Angela ha sempre accettato le scelte del marito, anche le più radicali, come quando si isolò sull’Himalaya, o pericolose, come gli scenari di guerra in cui si recava come corrispondente di Der Spiegel (rischiò pure di essere fucilato in Cambogia). Eppure il suo non fu mai un sottomettersi, un accettare un ruolo subordinato…

«Anche da bambini sentivamo che la figura più carismatica era il babbo, ma crescendo ho capito meglio il loro rapporto che è stato di totale parità e condivisione. Il loro momento “sacro” era la colazione, da soli, in cui riprendevano il filo del dialogo mai interrotto, neanche dalla lontananza. Mia mamma dice sempre che lui le ha offerto e non imposto una vita fuori dal comune che lei non avrebbe mai potuto fare da sola. Non è stata una palla al piede di mio padre, anzi, lei spesso lo spingeva ad andare là dove si faceva la Storia perché lui aveva bisogno di quello. Del resto la mamma non ha mai rinunciato al suo lavoro e ai suoi spazi, trovando la “stanza tutta per sé” nella scrittura dei suoi diari, poi diventati libri».

Lei, dopo la laurea in Storia a Cambridge, ha lavorato per anni nel mondo dell’alta moda internazionale. Cosa ne pensava suo padre, radicale anticapitalista e detrattore di una cosiddetta civiltà venduta al denaro?

«Nell’alta moda io ci sono finita per caso e forse con leggerezza, senza pensarci troppo su. Ecco, lui criticava soprattutto questa mia caratteristica di non ponderare abbastanza le scelte e poi di aver accettato di far parte di una realtà dove conta solo l’immagine (io, poi, che non so mai cosa mettermi!). Mi punzecchiava senza mai farmi sentire inadeguata, però, e io ho sempre apprezzato che mi dicesse quello che pensava. Poi, come ha fatto lui, ho anch’io dato un taglio a una vita che non faceva più per me, una vita che non rimpiango ma che non rinnego. Oggi mi occupo di cinema, collaborando con “Alice nella città”, la sezione del Festival di Roma rivolta ai giovani, e con un piccolo festival di Treviso,“Edera”, dedicato ai registi under 35».

Lei ha tre figli maschi, dai 22 ai 18 anni. Cosa racconta loro di questo nonno così famoso e importante?

«Lascio che siano loro a scoprirlo un po’ alla volta, raccogliendo quello che sentono più vicino a loro, più interessante, utile, significativo. Per esempio, il maggiore, Nicolò, a 18 anni accettò una borsa di studio messa a disposizione della scuola per un viaggio a condizione di scrivere un reportage sull’esperienza fatta. Scelse di ripercorrere le tracce del nonno fino alla sua baita in cima all’Himalaya e lo fece da solo».

Un anno dopo la morte di suo padre, nel 2005 a Udine si svolse la prima edizione del Premio Terzani, ideato e organizzato dall’associazio nevicino/lontano. Lei oggi fa parte della giuria insieme a sua madre e a suo fratello: che significato ha per voi questo legame inaspettato con una città e una terra che forse sarebbe piaciuta a suo padre per il suo essere di confine?

«La proposta di un premio a lui intitolato arrivò subito alla mamma, già nel 2004, e fu una vera, piacevole sorpresa che giungesse da una piccola città di periferia, diciamo, e non dalla sua città di origine, Firenze. La collaborazione con vicino/lontano è straordinaria e la qualità del festival e del premio è cresciuta nel tempo tanto da stupire gli ospiti internazionali che arrivano in Friuli, forse non aspettandosi il livello di una delle rassegne più interessanti in Italia».

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto