Il mondo dopo l’impiego delle atomiche: ecco il terzo libro finalista al Premio Friuli Storia
Autore l’inglese Richard Overy, professore all’Università di Exeter, che si interroga sul’uso: «Perché all’epoca si pensava che fosse necessario?»

Dopo la presentazione dei volumi di Giovanni Cadioli e Giovanni Coco, introduciamo quello di Richard Overy Pioggia di distruzione. Tokyo, Hiroshima e la bomba (Einaudi, 2025, traduzione di Laura Bernaschi) e terminiamo così la rassegna dei finalisti della tredicesima edizione del Premio Friuli Storia, organizzato dal Circolo della Storia di Udine con il contributo di Regione, Fondazione Friuli, Comune di Udine e Banca di Udine. Le tre opere sono state selezionate dalla giuria scientifica del Premio, presieduta dal docente dell’Università di Udine Tommaso Piffer. Il vincitore sarà scelto dalla giuria popolare composta da 350 lettori di tutta Italia.
Richard Overy, professore onorario di Storia all’Università di Exeter, è uno dei più illustri storici inglesi. Fra i suoi libri sinora tradotti in italiano ricordiamo l’ultimo pubblicato prima di quello in oggetto: Sangue e rovine. La Grande guerra imperiale 1931-1945 (2022).
Nel 1945 il Giappone subì la «pioggia di distruzione» promessa dal presidente Truman, concretizzatasi nei tre attacchi più letali della Seconda guerra mondiale: dapprima a Tōkyō, devastata da bombe incendiarie (una strage spaventosa che spesso passa in secondo piano), poi a Hiroshima e Nagasaki, falcidiate dalle atomiche. Come Overy osserva, «nella storia dello sforzo bellico degli Stati Uniti nessuna questione ha suscitato (e suscita tuttora) un dibattito maggiore dello sgancio delle bombe atomiche».
Ora, la domanda che ci si pone di solito – «Era necessario?» – può essere meglio posta così: «Perché all’epoca si pensava che fosse necessario?». L’obiettivo del libro, infatti, «non è quello di giudicare il passato, ma di cercare di comprenderlo meglio nei suoi termini, come ogni buon resoconto storico dovrebbe fare», anche perché «capire le ragioni della progressiva radicalizzazione strategica nel 1945, nonché dell’elaborazione di una morale che legittimasse la prosecuzione di una spietata guerra totale, non può che essere un contributo importante per evitare che la storia si ripeta».
La risposta più immediata ricorda la decisione di costringere alla resa i giapponesi (considerati dagli americani una razza inferiore, di fatto deumanizzata dalla propaganda, un «universo parallelo» retto da un cieco fanatismo) per porre fine alla guerra in tempi brevi e salvare molte vite americane. Senza dimenticare poi la volontà di rafforzare il potere di contrattazione americano sul futuro dell’Europa orientale e dell’Asia orientale, limitando anche le ambizioni sovietiche con una sorta di «manifestazione precoce della successiva dottrina del “contenimento”».
Sono spiegazioni solide, ma «la bomba atomica su Hiroshima fu soltanto una delle componenti dell’insieme di pressioni che gravava sulla leadership giapponese» e «l’equazione bombardamento uguale resa pone troppe domande». Così, l’autore ci mostra una realtà storica «molto più complessa» alla base del movente dell’uso dell’arma più letale contro città piene di civili, allorché l’umanità è stata proiettata – secondo la memorabile descrizione di Churchill – nell’«epoca orrenda in cui siamo costretti a vivere», quella in cui la sicurezza è «la figlia robusta del terrore» e la sopravvivenza è «la sorella gemella dell’annientamento».
Nell’anno di pubblicazione del libro ricorrevano gli 80 anni dai fatti in questione. Overy ritiene che ricorrenze simili ci ricordano (e quanto ne abbiamo bisogno oggi, «in una nuova epoca di crisi, in cui le popolazioni civili sono tornate a subire attacchi indiscriminati»!) che cosa accade quando le guerre si radicalizzano. Se poi ci si domanda perché concentrarsi sulle atomiche più che su ciò che le ha precedute, la risposta è che esse hanno trasformato il modo di fare la guerra e hanno dominato il nostro modo di pensare, gettando un oscuro presagio sul futuro.
Nell’agosto del 1945, un rapporto del fisico di Princeton Henry De Wolfe Smyth sul progetto Manhattan si concentrò solo sulla «più grande notizia scientifica di tutti i tempi», e uno degli aspetti principali su cui il libro si sofferma è l’importanza di quegli scienziati e ingegneri senza i quali parleremmo in modo diverso della fine della guerra.
Al pari del personale militare, «gli scienziati coinvolti nel progetto della bomba erano soprattutto interessati agli effetti dell’esplosione dell’ordigno ma, pur conoscendoli, prestavano poca o nessuna attenzione alle conseguenze immediate delle radiazioni, che avrebbero coinvolto le persone piuttosto che gli edifici»: benché non del tutto ignorati, «nelle previsioni gli esseri umani erano in gran parte assenti». Ne scaturì, come disse Truman, «il più grande risultato della scienza organizzata di tutta la storia»; oppure, nelle parole di Churchill, «uno dei più grandi trionfi del genio americano – e in pratica umano».
Poi vennero il dopoguerra e gli sviluppi ai quali Overy dedica un intenso ultimo capitolo, con l'amara considerazione che «non c'è tuttora uno strumento di diritto internazionale che vieti l'uso di armi nucleari».
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