Lampedusa, le periferie, Bologna: Capuozzo racconta l’Italia degli anni ’80
Il nuovo lavoro del giornalista sarà presentato in anteprima sabato 16 a Pordenonelegge

I testimoni aprono gli occhi sul mondo per raccontarlo; i maestri sono quelli che raccontandolo ti fanno aprire gli occhi sul mondo.
Per chi non si fosse accorto che Toni Capuozzo non è solo uno dei più amati e riconosciuti testimoni, ma un ormai vero maestro del nostro tempo, ecco che arriva puntuale la dimostrazione: Nessuno più canta per strada, il suo ultimo libro ora in libreria per Edizioni Biblioteca dell’Immagine, che sarà presentato in anteprima assoluta a Pordenonelegge sabato 16 settembre alle 21.30 allo Spazio Gabelli.
Padre napoletano e madre triestina, nato a Palmanova e cresciuto a Udine, Capuozzo dedica queste pagine a quell’Italia di cui egli stesso è un piccolo compendio.
Dopo le escursioni nelle sue “Piccole patrie” e in “Balcania”, ora è arrivato il momento di inquadrare quegli anni ‘80, quando un mutamento antropologico ha trasformato per sempre la nostra società facendo sparire il senso di comunità, l’illusione di vite semplici e di un avvenire finalmente migliore.
Ciò che conta è il presente, negli anni della Milano da bere, delle tv di Berlusconi, dell’edonismo e del consumismo: ma lo sguardo divergente di Capuozzo si posa su altre realtà, fuori dall’obiettivo del mainstream. Luoghi di frontiera come Lampedusa che già allora - prima dei migranti, delle ong, degli hotspot – vedeva a settimane alterne i pescherecci siculi sequestrati ostaggio in Nordafrica.
E poi il confine interno: tutte quelle periferie dimenticate che a Roma e Milano sono derubricate al rango di “provincia” ma iniziano proprio dai contesti urbani che nessuno vuol vedere, ad esempio gli “indesiderabili” fantasmi che si aggirano di notte in cerca di un posto per dormire al deposito treni della Stazione Centrale di Milano.
Un’altra stazione nel 1980 sparisce, disintegrata in un lampo dalla strage di Bologna.
Tutte le testate fanno a gara per raccontare le prime ore dell’eccidio, ma poi se ne vanno in cerca di altri scoop. Capuozzo resta lì, in mezzo alle macerie, a raccontare il “dopo”.
Lo fa anche in Lucania, teatro del sisma che lì e in Irpinia fece 3 mila vittime ed ebbe una ricostruzione ben più travagliata di quella friulana.
Ma il reporter guarda alle notizie choc di quegli anni con l’animo di chi indaga il cambiamento e i suoi paradossi: e nota le coppiette finalmente libere di amarsi in casa a Firenze perché i genitori temono il Mostro che fuori uccide e sevizia, l’Anonima sequestri che cresce di pari passo alla Costa Smeralda, il Verona che vince lo scudetto mentre nel suo cuore nascosto matura una cellula neonazista.
Grazie a quest’occhio allenato alla marginalità, gli riesce perfino la “missione impossibile” di raccontare la Calabria di quegli anni, oasi impenetrabile alle descrizioni giornalistiche quanto alle indagini degli inquirenti.
Insomma, il giornalista di razza va oltre la notizia, in fondo ai contesti, a fondo delle cause. Soprattutto, ascolta; senza verità in tasca, dà voce a quei silenzi dove, mentre il rumore delle discoteche e degli stadi ci stordiva, noi non sentivamo più nessuno cantare per strada.
Le osterie si svuotavano, e poi le scuole, e poi i paesi: sono “Gli anni in cui la tv cambiava il paese ma non aveva ancora cambiato me”, confessa Capuozzo le cui parole, a 40 anni di distanza, come quelle dei veri maestri, ci mostrano esattamente il punto di caduta di una complessa modernità, da cui non vedevamo l’ora di essere intrappolati, e che ora invece ci mostra chiaro anche il lato meno seducente di questa prigionia.
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