La Resistenza del mondo operaio primo baluardo contro il fascismo

UDINE. Gian Luigi Bettoli, presidente regionale di Legacoopsociali, è laureato in Storia contemporanea, cooperatore sociale, redattore del sito www.storiaestoriepn.it, attivista pacifista e interprete di un lungo impegno politico.
Partito dallo studio della genesi del socialismo nell’attuale provincia di Pordenone, ha svolto indagini storiche sul movimento antifascista, sulla storia del sindacato nel secondo dopoguerra in Friuli, sugli emigranti friulani nelle reti internazionali del movimento operaio e sulla storia della cooperazione sociale.
Il suo ultimo lavoro, curato dalla Olmis di Osoppo, s’intitola “A dispetto della dittatura fascista. La lunga resistenza di un movimento operaio di frontiera: il Friuli dal primo al secondo dopoguerra”.
«Il punto di partenza – spiega l’autore – è il fascismo al servizio di grandi gruppi monopolistici, in primis la Sade di Giuseppe Volpi, decisa a eliminare una realtà politica in cui i popolari erano la forza di maggioranza che amministrava la provincia e i socialisti il partito più votato persino nel 1921, quando le squadre fasciste erano all’opera».
Si trattava di due espressioni di masse popolari che avevano pensato a un modello coordinato per la ricostruzione e lo sviluppo del Friuli, a partire dalla gestione organica delle risorse, innanzitutto idroelettriche: ebbene, le squadre fasciste erano pagate da quel monopolio industriale, che poté così «sviluppare tutte le sue spire durante il regime con un percorso conclusosi nell’ottobre del 1963 con il disastro innaturale del Vajont» (di cui Bettoli ha trattato in un suo precedente lavoro).
Le fonti utilizzate, in buona parte inedite, fluiscono soprattutto dagli archivi della polizia fascista: dunque il Casellario politico centrale e poi, a discendere, gli altri archivi (tribunale speciale, polizia politica, eccetera).
Bettoli è partito «da quella platea abbastanza ampia di personale politico di estrazione popolare ma non solo, attiva all’avvento del fascismo, seguendola in tutta l’immersione fino alla guerra di Liberazione». L’area di indagine è il Friuli occidentale, che all’epoca era già dagli anni quaranta dell’800 il polo di sviluppo industriale delle nostre terre.
Ma quale ruolo svolse Piero Pisenti, capo del fascismo friulano e unico politico pordenonese che diventò ministro? «È lui l’uomo dei monopoli dell’industria idroelettrica – spiega Bettoli –, diciamo il “cattivo” del libro: non perché lo sia particolarmente dal punto di vista personale, ma perché è un leader, molto contrastato, di tante operazioni».
L’ampia e articolata ricerca - si osserva opportunamente nelle tre prefazioni - riscatta dall’oblio coloro che hanno solcato le drammatiche vicende del ’’900 «dando significato e senso alla parola Resistenza» e restituisce la voce «ad alcune fondamentali vicende e a personaggi emblematici», uomini e donne.
Ne emerge «un antifascismo indomito e molto più diffuso di quello risultante ufficialmente, che si protrae lungo tutto l’arco del regime dittatoriale».
Un regime responsabile di violenze sistematiche, torture, ricatti economici e sociali, repressioni, persino internamenti psichiatrici (basti ricordare il pregevole capitolo “Sepolti vivi: antifascisti in manicomio”).
Non una storia minore, dunque, ma «la storia nella sua interezza e globalità», per onorare quanti «non hanno abbassato la testa negli anni più bui della nostra storia». E, come afferma l’autore, per recuperare «una memoria individuale e collettiva distorta e spesso annichilita». —
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