Il mecenate Gervasoni: «In viaggio con Maravee al fianco della cultura»

L’azienda friulana si è innamorata di un progetto d’arte «L’anno terribile è stato il 2009, adesso siamo al massimo»

UDINE. L’edonismo del fare è il seme del mecenatismo 2.0. E sul filo dell’arte si muove anche la famiglia Gervasoni, con papà Pietro e i due fratelli Giovanni e Michele che, immersi nel design d’interni per gran parte della giornata, si concedono volentieri all’ispirazione a tuttotondo nel tempo libero. «Non si vive soltanto dentro i muri dell’azienda», spiega Giovanni Gervasoni co-guida dell’omonima realtà di Pavia di Udine. Il loro impegno si traduce in questi giorni in Maravee, un tuffo nell’arte contemporanea ospitato nel castello (di famiglia) di Susans, a Majano.

- Come si diventa mecenati nel 2014?

«Il nostro viaggio al fianco di Maravee inizia quasi per caso – spiega Giovanni –. Sei anni fa ho conosciuto Sabrina Zannier, ideatrice e direttrice artistica. Il percorso è sembrato subito interessante e un anno più tardi, quando la rassegna si è trovata in un momento di transizione senza una location, ci siamo offerti di supportarla. Il progetto ci è piaciuto a tal punto che abbiamo deciso di diventarne partner».

- La crisi economica mette a rischio il vostro supporto?

«Per l’arredamento l’anno terribile è stato il 2009. Abbiamo saputo guardare all’estero e adesso viviamo il periodo migliore, sia per la nostra azienda sia per quanti hanno saputo muoversi al momento giusto. Lavoriamo in tutto il mondo, non solo in Russia. E siamo presenti in maniera uniforme in oltre 70 paesi. L’Europa e l’Italia coprono la parte più importante del mercato con il 65% del fatturato. L’Italia da sola, non cresce, ma mantiene il 25%».

- Dodici anni fa l’idea di acquistare il castello di Susans. È quello il fulcro dell’attività culturale dei Gervasoni?

«Sì. L’abbiamo acquistato perché un gruppo industriale voleva liberarsene e c’è sembrata una buona opportunità. L’idea era di salvaguardare un bene culturale unico, ma c’era anche una valenza economica nell’operazione. Insomma, un misto di passione per le cose belle e di investimento».

- Oggi lo aprite per eventi privati e molte mostre...

«È una dimora storica unica e speciale. A noi fa molto piacere metterlo a disposizione di diverse manifestazioni, altrimenti resterebbe chiuso al grande pubblico. Organizziamo anche mostre d’arte classica e d’avanguardia».

- Come vede la cultura in Friuli Venezia Giulia?

«Mi sembra esista un certo tipo di attenzione e di sforzo, sia da parte del pubblico sia dei privati. In questo senso anche gli enti locali danno un aiuto. E la Regione investe abbastanza: quest’anno mi sembra abbia sostenuto 150 progetti. Con le limitatezze di bilancio di questi tempi, dimostra grande sensibilità».

- E i visitatori?

«Il cittadino friulano è mediamente più attivo di altri in campo artistico».

- Ma cosa spinge un privato a pensare al bene comune?

«È il piacere del fare: non si vive soltanto dentro i muri dell’azienda ma anche un po’ fuori. Sono occasioni di contatto, di conoscenze e arricchimento personale. E poi c’è un lontano collegamento tra arte e design. Il secondo è un lavoro e deve rispondere a regole di bilancio, ma la radice è la medesima».

- In vendita a Udine c’è palazzo Antonini, neanche un pensierino?

«Il prezzo è davvero concorrenziale, ma il punto sono i vincoli. E, ripeto, serve un progetto per fare in modo che quella residenza ritorni a vivere».

- Per promuovere la vostra attività viaggiate in tutto il mondo. Cosa invidia all’estero? E perché?

«Uno Stato che funziona. Qui tutto è complicato e l’iniziativa del singolo è schiacciata da una pesantissima burocrazia»

Michela Zanutto

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