Giornate del Muto, a Pordenone premiate due custodi del cinema

A Cormon e Rongen-Kaynakçi il Premio internazionale Jean Mitry 2026. Assegnato a personalità e istituzioni che studiano e valorizzano il cinema, tra i tesori tutelati c’è anche la collezione Desmet, con oltre 900 film

Cristina Savi
Le due premiate con il Jean Mitry: da sinistra Elif Rongen-Kaynakçi e Catherine Cormon (Foto Valerio Greco)
Le due premiate con il Jean Mitry: da sinistra Elif Rongen-Kaynakçi e Catherine Cormon (Foto Valerio Greco)

I riflettori oggi si accendono soprattutto su Gloria Swanson, la diva che campeggia sul manifesto di questa edizione delle Giornate del cinema muto e che riporterà sul grande schermo il fascino di un’epoca. Ma prima di “Sadie Thompson”, il film che alle 21 la vede protagonista al Teatro Verdi di Pordenone, il festival consegnerà il suo riconoscimento a due donne che lavorano perché quella stessa epoca non scompaia: Catherine Cormon ed Elif Rongen-Kaynakçi, vincitrici del Premio internazionale Jean Mitry 2026, sostenuto dalla Fondazione Friuli, assegnato ogni anno a personalità o istituzioni che contribuiscono allo studio, al recupero, alla promozione e valorizzazione del patrimonio cinematografico

Entrambe, all’Eye Filmmuseum di Amsterdam, sono impegnate su fronti diversi della missione oggetto del premio, per restituire al pubblico un patrimonio di film che rischierebbe di dissolversi. Cormon si occupa delle collezioni in nitrato, Rongen-Kaynakçi è conservatrice della sezione sul cinema muto.

Ma cosa le spinge, ancora oggi, a dedicare il proprio lavoro a immagini che hanno più di un secolo? Per Rongen-Kaynakçi tutto nasce dalla curiosità e dal desiderio di allargare continuamente la storia del cinema. «Fin da studentessa rifuggivo dall’idea che fosse solo quella scritta sui libri», ha raccontato. Ogni ritrovamento può cambiare qualcosa: «E più un film è sconosciuto, meglio è», perché può mostrarti per esempio, come vivevano le persone e come erano le città dei primi anni del Novecento.

Cormon, che prima di occuparsi di conservazione aveva lavorato nel montaggio accanto anche a Krzysztof Kieślowski e Jean-Luc Godard, ha seguito la pellicola nel passaggio al digitale. E nella pellicola trova ancora un fascino particolare: «È proprio l’aspetto materiale a piacermi moltissimo, le perforazioni, le piccole immagini…». Preservarla, per lei, significa contribuire a «frenare la sua dissoluzione e scomparsa».

C’è poi un’altra storia da riportare alla luce, quella delle donne nel Muto. Rongen-Kaynakçi ha ricordato come il cinema delle origini mostri spesso figure femminili vittime di violenza, ma anche personaggi come le ribelli “nasty women” capaci di conquistare autonomia e di resistere. «È importante presentare i film anche da questo punto di vista», ha osservato, perché nuove letture possono restituire forza a figure rimaste nell’ombra. E la ricerca ha permesso di scoprire anche la presenza di donne dietro la macchina da presa.

Tra i tesori che Rongen-Kaynakçi e Corman valorizzano c’è l’importante Collezione Desmet, conservata all’Eye e iscritta nel Registro della Memoria del Mondo dell’Unesco nel 2011: oltre 900 film, insieme a manifesti, fotografie, programmi, lettere e documenti che ne raccontano la storia. «E c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire». Perché dietro ogni immagine ritrovata può nascondersi una storia.

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