Zuliani racconta: "Ecco come scoperchiammo Tangentopoli"

UDINE. «Questi sono soldi miei». Era il pomeriggio del 17 febbraio 1992 e il presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, veniva fermato con una tangente da 7 milioni di vecchie lire appena incassata dall’imprenditore Luca Magni, titolare di un’impresa di pulizie. «No, ingegnere, questi sono soldi nostri» replicò il comandante della 1° sezione al Reparto Operativo carabinieri di Milano, Roberto Zuliani.
Quella frase, che segnò la fine della Prima Repubblica, fu una tappa della lunga carriera nell’Arma dei carabinieri dell’ufficiale friulano, da ieri in quiescenza.
«Dopo 34 anni e 6 mesi di servizio vado in pensione – ammette il colonnello Zuliani – torno a Mortegliano, dove sono nato e dove vivono ancora le mie sorelle, con la mia famiglia. Il futuro è tutto da inventare, ruoterà intorno alla mia famiglia, ciò di cui vado più orgoglioso, ferma restando la mia completa dedizione verso le istituzioni, qualora vi fosse ancora bisogno di me, e la mia totale disponibilità a trasferire la poca esperienza che ho acquisito ad altri».
Di esperienza il colonnello Zuliani, invece, e ha parecchia, visto che ha ricoperto alcuni degli incarichi più significativi in materia di lotta al crimine organizzato. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, giovane ufficiale, nel 1986 gli fu affidato il comando del Nucleo operativo radiomobile della Compagnia carabinieri di Ancona che diresse fino all’aprile 1988.
Con il trasferimento al Reparto operativo meneghino partecipò a un’inchiesta che le pagine della storia italiana avrebbero battezzato con il nome di “Mani pulite”.
«Una normalissima operazione di servizio, nessuno aveva idea di quello che sarebbe accaduto dopo» fu il commento di Zuliani che, al tempo, si occupava di estorsioni, racket e sequestri. Tutto era partito dalla denuncia di un’associazione degli artigiani. Il 14 febbraio un imprenditore esasperato, Luca Magni, titolare della Ilpi di Monza, un’impresa di pulizie che aveva contatti con il Trivulzio entrò nella caserma dei carabinieri di via Della Moscova di Milano e vuotò il sacco, denunciando un giro di tangenti.
E Zuliani riferì al magistrato di turno: Antonio Di Pietro. Il blitz scattò tre giorni dopo: l’imprenditore arrivò con la mazzetta, il 10 per cento su un appalto di 140 milioni, Magni ne aveva la metà, ma una banconota su dieci era firmata su un lato dall’allora capitano Zuliani, sull’altro dal pm Di Pietro.
Fu quella l’iskra, in russo la scintilla, che incendiò la Prima Repubblica. Purtroppo, le cronache hanno dimostrato che la corruzione è riuscita a rinascere dalle proprie ceneri, mutando il volto, ma non la sostanza. «Rispetto al 1992, oggi non è cambiato molto – osserva tristemente Zuliani –, anzi, sono d’accordo con quanto sostiene il magistrato Piercamillo Davigo, una volta c’era il timore di rubare, oggi non c’è più nemmeno quello.
“Mani pulite” rappresentò comunque una stagione importante in cui fu messo in discussione un sistema di corruzione che vedeva l’uomo politico e l’uomo pubblico perseguire gli interessi personali. Ma questi sono fenomeni dilaganti in tutti i settori, pericolosi per l’economia, che si sono incancreniti e che non hanno una localizzazione precisa, ma sono diffusi ovunque».
L’ultima stagione della propria carriera, Zuliani l’ha spesa a Padova, alla guida della Direzione investigativa antimafia competente su Veneto, Friuli e Trentino Alto Adige, accettando un’altra sfida impegnativa: quella di fronteggiare il trasformismo, la capacità di adattamento e di infiltrazione delle associazioni mafiose.
«La criminalità organizzata nell’ultimo trentennio si è estesa in maniera silenziosa anche al Nord Est, qui non avremo mai o quasi mai estorsioni violente, esplosioni o esecuzioni esemplari, qui le mafie si infiltrano nel tessuto economico, approfittando dell’assenza di liquidità e della stretta creditizia, proponendo offerte favorevoli a chi non riesce a far fronte ai debiti. L’importante – osserva – è che la gente non acquisisca una mentalità mafiosa».
In procinto di rifare i bagagli e di tornare in Friuli con la moglie Simonetta, i figli Alberto, Elisabetta e Francesca, Zuliani apre un nuovo capitolo della propria esistenza, non senza un pensiero a chi oggi si appresta a iniziare la carriera nell’Arma: «Ai giovani suggerisco di lavorare con entusiasmo, serenità e umiltà, ricordando che siamo noi a servire lo Stato, non lo Stato a servire noi».
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