Zannier e le foto capolavoro del 900

Da Berengo Gardin a Jodice, lo storico neorealista espone dal 26 le gemme della sua collezione al museo Pizzinato di Pordenone 

La sfida della fotografia, mostra dagli archivi di Italo Zannier, voluta dal Comune di Pordenone per onorare gli ottant’anni del maestro spilimberghese, aprirà i battenti il prossimo 26 maggio al museo Pizzinato. Sfida è la parola giusta per chi ha speso una vita a interpretare la “decima musa”, che è anch’essa raffigurazione, ma soprattutto interpretazione della realtà e della vita. Sette sale disseminate di immagini e di testi selezionati dallo stesso Zannier, che ha curato l’esposizione e il catalogo, assieme a Denis Curti, direttore dell’agenzia “Contrasto”.

È di qui che parte questa intervista, dai criteri cioè sottesi alla mostra: che cosa si è scelto, è perché?

Maestro, al di là del fil rouge dato dalla sua figura, quali sono i tematismi de La sfida della fotografia ?

«Partiamo dal concetto che io non sono un collezionista, ma un archivista. Non ho fatto scelte di settore, se non agli inizi, forse, quando militavo tra i neorealisti, ma ho cercato di raccogliere occasioni di riflessione ed esemplari significativi, nel bene e nel male. La mostra è appunto un carotaggio nel mio nuovo archivio».

Nuovo perché?

«Perché il primo, oggetto di una grande esposizione ospitata anche dal Museo nazionale di Stoccolma, l’ho dato ad Alinari dopo il terremoto. Quello successivo è a Venezia, dove troverà posto nella “Casa dei tre oci”, dimora della grande fotografia. “La sfida della fotografia” viene dal terzo archivio, ancora in progress, visto che continuo indefessamente a raccogliere materiale. Perché, dopo la mostra degli ottant’anni, faremo quella dei novanta, e quella dei cento, no?».

Scontato. Ma com’è stata pensata, questa mostra?

«Lo dice il sottotitolo: Un inedito racconto per immagini. Concettualmente ha dichiarate finalità didattiche. E anche un notevole valore, lasciatemelo dire, perché alla falsa modestia è preferibile un filino di narcisismo. Ho insegnato nelle università italiane per una quarantina d’anni, mi sono passati per le mani suppergiú 12 mila studenti, ho scritto circa 500 tra saggi e libri. La mostra prosegue ciò che ho sempre fatto».

Qual è l’organizzazione nella prassi?

«La prima sala è in qualche modo dedicata all’“estero”, con immagini di varia natura: ritratti di Che Guevara, di Trotsky, di Céline, senza sottintesi ideologici, naturalmente. E libri: testi rarissimi, dell’800, che ho voluto sigillati in bacheca perché nessuno possa toccarli. La sala successiva è la fotografia storica in Italia, con pezzi antichissimi, immagini di Venezia 1848-49. Ed esempi delle diverse tipologie tecniche adottate».

C’è anche qualcosa di suo?

«A tempo: seguono alcuni grandi fotografi italiani, che in qualche caso sono anche cari amici, come Gianni Berengo Gardin, Mimmo Jodice, Guido Guidi, Paolo Zoli e via via fino a personaggi meno noti, ma che ho voluto evidenziare, magari soltanto con uno scatto o due. Ci sono anche i friulani, e anche qui ho usato una certa attenzione verso fotografi che non hanno avuto il tempo o il modo di farsi notare: Piermario Ciani, tra i primi ad affrontare le nuove tecniche xerox e il fotomontaggio. E Katia Drigo, una presenza intelligente, anche lei scomparsa troppo presto».

Infine, dicevamo, Italo Zannier...

«Nell’ultima sala, a testimoniare un percorso per tappe. Ci sono le mie prime foto eseguite in Friuli, quelle delle fasi successive, ma anche immagini, ancora con le cornici originali disegnate da Gae Aulenti, di quelle che avevo scelto per The italian metamorphosis, allestita al Guggenheim di New York tre lustri e piú fa. E poi alcune tratte da Venezia ’79, forse il piú grande evento allestito per celebrare l’invenzione della fotografia, con 26 diverse mostre. Ed è forte la presenza dei libri ci sono i libri, ci tengo a sottolinearlo nuovamente, perché oggi tutti sono troppo dimentichi delle fonti. Un po’ di volumi tratti dai miei archivi, che ne contano piú di tremila, ma sono arrivati ad averne anche dodicimila, e un’ottantina di testi formati dal sottoscritto».

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