Voto, l'analisi di Marini: «Scordatevi i luoghi comuni, ci si astiene anche a sinistra»

UDINE. Cancellate il “vecchio” cliché secondo cui la bassa affluenza penalizza più il centrodestra che il centrosinistra perché dalla caduta della Prima repubblica in poi il trend è mutato. Daniele Marini, direttore scientifico di “Community Media Research”, analizza i risultati del primo turno alle amministrative di Trieste e Pordenone tracciando una linea secca tra passato e presente. Non solo, però, perché la valutazione va oltre e spiega le motivazioni per cui il centrodestra, a Nordest, è più forte del resto d’Italia, perché il M5s tra Veneto e Friuli Venezia Giulia non sfonda, con un occhio di riguardo anche ai ballottaggi del 19 giugno dove Roberto Dipiazza e Alessandro Ciriani partono in netto vantaggio, non esclusivamente in virtù del margine ottenuto domenica alle urne.
Professor Marini da queste parti eravamo abituati a un’affluenza media superiore a quella del resto d’Italia. Tre giorni fa, invece, si è registrato un dato inferiore se paragonato a quello nazionale. Ci spiega come mai?
«Ogni elezione fa storia a sé, ma in linea generale siamo ancora nel bel mezzo di un processo iniziato anni fa e che continua a manifestare i suoi effetti. Mi riferisco a quel progressivo scollamento tra la classe politica italiana e l’elettorato cominciato dal 1992. La geografia politica del nostro Paese, infatti, non è chiara, ma è in continuo movimento con partiti che non esistono più o che, nel migliore dei casi, hanno cambiato nome ed essenza. Questo pesa, parecchio, in termini di presenza ai seggi, ma ci sono anche altre motivazioni molto più contingenti e concreti».
Ce le può elencare?
«I cittadini sono chiamati a votare con leggi elettorali diverse alle Comunali, Regionali e Politiche, creando ancora più confusione, e se a queste motivazioni ci aggiungiamo gli scandali politici che continuano a occupare le prime pagine dei giornali otteniamo il mix perfetto per capire lo scollamento che registriamo tra vertici e base sociale».
In questo Paese la bassa affluenza ha sempre penalizzato i partiti conservatori. Analizzando le cifre delle amministrative in Friuli Venezia Giulia, però, la situazione pare essere cambiata...
«È vero e questo trend non si limita esclusivamente a Trieste o Pordenone. A Roma, ad esempio, anche nelle aree tradizionalmente di centrosinistra si sono registrati picchi di astensione notevole quando gli elettori non hanno scelto apertamente Virgina Raggi».
Questo mutamento radicale delle abitudini degli italiani, e pure dei friulani, dove affonda le radici?
«Le grandi ideologie del passato hanno perso forza e diventa sempre più complicato convincere le persone ad andare ai seggi. Soprattutto tra i più giovani, che non hanno vissuto l’onda lunga della Resistenza, il voto non è più visto come un imperativo categorico, ma si è trasformato in una scelta. E come tale questa viene effettuata soltanto se una persona è realmente motivata. Non va dimenticata, poi, quella che possiamo definire come autocollocazione politica. Secondo gli ultimi sondaggi un range compreso tra il 30% e il 40% degli elettori non si riconosce più negli schemi classici divisi tra sinistra, centro e destra. Le persone non percepiscono le differenze esistenti tra i diversi partiti e quindi, sempre più spesso, semplicemente non scelgono. Sono elettori che non rappresentano la tanto decantata antipolitica, ma che non trovano più punti di riferimento. Ma è la politica, quella vera, che dovrebbe chiedersi cosa fare per recuperare una fetta di italiani astensionisti sempre più ampia».
Come mai il centrodestra in Veneto e Friuli Venezia Giulia, pur con delle notevoli differenze di assetto interno, riesce a proporsi come alternativa credibile al Pd in maniera più forte rispetto M5s?
«Probabilmente a Nordest i partiti conservatori riescono ad avere ancora presa sugli elettori, o quantomeno più che in altre zone del Paese. In queste regioni, però, non va trascurata la composizione anagrafica dell’elettorato che essendo mediamente anziana è abbastanza ancorata agli schemi della politica tradizionale. A tutto questo, poi, ci va aggiunta una debolezza strutturale che sta attraversando il Pd, come ha ammesso lo stesso Matteo Renzi, in questo momento. I dem stanno vivendo, con l’attuale premier, un periodo di trasformazione, ma dietro al presidente del Consiglio il partito si sta sfaldando sui territori come in Veneto dove, di fatto, è quasi scomparso. Perché il vertice del partito sarà anche forte, ma nelle periferie non ha saputo creare una vera classe dirigente così l’elettorato medio si rivolge ai soggetti più noti, esattamente come successo a Trieste nel caso del confronto tra Dipiazza e Cosolini».
Nel capoluogo regionale e a Pordenone i candidati di centrodestra hanno scavato un solco netto, al primo turno, rispetto agli avversari. Secondo lei Roberto Cosolini da una parte e Daniela Giust dall’altra quante possibilità hanno, concretamente, di ribaltare il risultato al ballottaggio?
«La tradizione culturale delle due città non è certamente di centrosinistra, questo vero, ma comunque non è facile ipotizzare un esito del ballottaggio. Le variabili in campo, infatti, sono tante e non si limitano soltanto al fatto che si ricomincia da zero, in una sorta di secondo tempo di una partita lunga altri quindici giorni. Bisognerà capire il dato dell’affluenza e se gli elettori di centrodestra che hanno votato al primo turno torneranno alle urne oppure le diserteranno pensando, implicitamente, che visto il distacco i loro candidati hanno già vinto».
Va bene, ma un’idea, anche in base alla sua esperienza, se la sarà fatta...
«Onestamente ritengo difficile ricostruire, o rafforzare, la reputazione di un candidato in due settimane se non ci si è riusciti nei mesi precedenti al primo turno. Le amministrative sono elezioni in cui si vota più dando un giudizio sulle singole persone che in base all’appartenenza politica e recuperare il gap iniziale non è facile. A Trieste, inoltre, il giudizio degli elettori non si limita, come a Pordenone, ai due candidati che rappresentano qualcosa di nuovo, almeno a livello di sindaco, ma si allarga ai cinque anni di amministrazione Cosolini facendo diventare la rimonta ancora più complicata. È vero che il divario, tra i due schieramenti, è più elevato a Pordenone, ma nella Destra Tagliamento ho l’impressione che sia stata la coalizione a sostegno di Giust a non aver convinto i cittadini».
Lo schema di gioco del centrodestra locale può essere replicato ovunque e a un punto tale da rappresentare una forza in grado di vincere, fra due anni, le elezioni politiche?
«Onestamente non mi sembra un assetto valido in tutta Italia. In Veneto, ad esempio, il peso della Lega Nord è molto più elevato rispetto a quello registrato in Friuli Venezia Giulia e comunque molto dipenderà dall’esito del referendum costituzionale di ottobre. Ricordandoci, però, che è quasi impossibile fare previsioni da qui a due anni considerato come le formazioni politiche giochino sulla scacchiera che si trovano di fronte in quel momento come dimostra la Lega che si è alleata con Fi a Milano, ma non a Roma».
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