Versioni opposte e tanti depistaggi, ma il ministro: «Polizia innocente»

UDINE. Offesi. Infastiditi. Irritati. Gli egiziani, almeno tra gli alti vertici, non ci stanno e passano al contrattacco. È il ministro dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar a ergersi, in conferenza stampa, a paladino dell’onestà e della purezza degli apparati di sicurezza del Paese respingendo al mittente le accuse per la scomparsa di Giulio Regeni ribandendo di non essere in grado di stabilire «se si tratti di un atto criminale o terrorista».
Due opzioni, queste, che paiono ormai essere diventate quelle ufficiali del Cairo dopo giorni di allusioni, mezze parole e veri e propri depistaggi che hanno irritato non poco l’Italia tanto da minacciare l’interruzione delle relazioni diplomatiche ed economiche con al-Sisi.
Le favole d’Egitto, infatti, cominciano prima ancora del ritrovamento del cadavere dello studente friulano. È sempre Ghaffar, infatti, a negare all’ambasciatore italiano al Cairo Maurizio Massari che gli egiziani sappiano qualcosa della scomparsa di Regeni.
Ma il nostro rappresentante diplomatico batte i pugni e, d’intesa con la Farnesina e palazzo Chigi, bussa alla porta di al-Sisi, accompagnato dal ministro Federica Guidi, fa balenare la possibilità di ritorsioni immediate e il presidente, come confermato dallo stesso Massari, decide di agire.
La vera pantomima, però, comincia nel momento esatto del ritrovamento del corpo senza vita di Regeni, abbandonato ai bordi dell’autostrada che porta ad Alessandria, a 26 chilometri dal quartiere di Dokki, dove viveva il dottorando di Cambridge.
Il direttore dell’amministrazione generale delle indagini di Giza, il generale Khaled Shalabi, si affretta ad assicurare che «non c’è alcun sospetto crimine dietro la morte e che «le indagini preliminari parlano di un incidente stradale».
Oggi, poi, si è scoperto che il corpo sarebbe stato ritrovato da un tassista, mentre inizialmente si parlava di un semplice passante. Non ci crede nessuno anche perchè – come testimoniato dal Corriere della Sera – nel punto esatto dove è stato ritrovato il cadavere, un cavalcavia nell’area della “Città del 6 ottobre” non ci sono tracce di pneumatici, sangue o di vetri rotti.
L’Italia, a questa prima versione, reagisce male e da Giza corrono ai ripari cambiando opinione e collegando l’omicidio a un episodio di criminalità comune. Regeni, in altre parole, sarebbe finito nelle mani di uno o più balordi di strada che lo avrebbero ucciso.
Peccato che, anche in questo caso, la storiella non regga. Non è mai stato spiegato l’eventuale movente – rapina o furto che fosse – e soprattutto pare quantomeno difficile credere che uno o più criminali comuni si siano sfogati con così tanta violenza sull’italiano per privarlo dei suoi oggetti personali.
L’autopsia effettuata a Roma, inoltre, testimonia come Regeni sia rimasto nelle mani dei suoi aguzzini per tre, quattro, forse cinque giorni prima di morire. E quale rapinatore al mondo sequestrerebbe e torturerebbe una sua vittima per così tanto tempo? Con quale scopo?
Alla cortina fumogena ufficiale, si sommano anche le allusioni che i quotidiani e le televisioni vicine ad al-Sisi hanno velatamente dato in pasto al pubblico in questi giorni, come accusare Regeni di essere stato una spia dei servizi segreti italiani.
Un’allusione smentita seccamente sia dalla nostra Intelligence che dalla Farnesina. Un presentatore televisivo egiziano, Tamer Amin, ha poi avanzato la possibilità che lo studente fosse shemel, un termine arabo che significa «sinistra», ma è utilizzato anche per descrivere gay, lesbiche e chi si prostituisce. Perchè? Semplice: da quelle parti sarebbe stato un peccato mortale. Tanto è vero che anche a un suo amico, Amr Assad, la polizia egiziana ha chiesto in questi giorni se Regeni fosse etero, omosessuale o bisessuale.
Depistaggi veri e propri ai quali, nonostante le evidenze, dall’Egitto rispondono con sdegno.
«Respingiamo le accuse – ha replicato Ghaffar – secondo cui la polizia sia coinvolta nell’uccisione di Regeni. Sono voci, non possiamo neppure accettare un’allusione. Non è questa l’usanza degli apparati dello Stato. La nostra polizia non ha mai commesso crimini del genere, le indagini sono ancora in corso. Risponderemo alle richieste della delegazione di investigatori italiani, ma le strutture di sicurezza interne non si sono mai macchiate di certe colpe».
Migliaia di egiziani e di attivisiti per i diritti umani, però, non la pensano affatto come Ghaffar.
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