Un’odissea costata 10 mila euro «Stiamo bene e vogliamo restare»

LUSEVERA. Il ricordo di un inferno cui si è scampati per miracolo, gli occhi che si fanno tristi nel ricordare i compagni di viaggio che non ce l'hanno fatta, ancora più tristi nell'ammettere quanto...
Di Barbara Cimbaro

LUSEVERA. Il ricordo di un inferno cui si è scampati per miracolo, gli occhi che si fanno tristi nel ricordare i compagni di viaggio che non ce l'hanno fatta, ancora più tristi nell'ammettere quanto mancano i familiari, gli affetti di una vita che chissà, se mai, potrà essere la stessa. Ma anche la speranza in un nuovo futuro, una nuova vita, un nuovo lavoro.

C'è tutto questo e anche tanto di più nelle parole e nei volti dei richiedenti asilo, di nazionalità afghana e pakistana, che ieri hanno accettato di parlare con noi, di raccontarci le loro vite. E non può lasciarci indifferenti il renderci conto che dietro queste storie, forse simili ad altre che abbiamo letto e ascoltato, ci sono i volti puliti, quasi da bambini, di questi migranti, un gruppo di otto persone – ieri ne abbiamo incontrate sei perchè due di loro erano impegnati a seguire le loro pratiche a Udine – di cui il più giovane ha appena vent'anni. «In Pakistan i talebani sono un grande problema - ci ha testimoniato uno di loro – sono scappato per evitare di diventare talebano. Molta gente sta scappando».

Decidere di andare via ha un costo, chi organizza questi viaggi può chiedere anche diecimila euro. E poi? Una volta partiti, il viaggio può toccare tanti territori, magari visti prima solo sulle carte geografiche, come Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia, Austria, Ungheria. Si va a piedi, o con dei mezzi, l'importante è andare. Si può venire incarcerati, durante questi viaggi, soprattutto si può venire derubati perchè, come ci è stato testimoniato, i ladri che si possono incontrare lungo il percorso, disperati che cercano di sopravvivere a spese di altri disperati, sono uno dei pericoli maggiori, assieme alla fame e alle malattie. E, con dolore, il pensiero dei nostri interlocutori è andato anche a chi non ce l'ha fatta, a chi, tra i compagni di viaggio, non è sopravvissuto. Questi, del resto, sono viaggi senza nessuna assicurazione, né sui bagagli né, tantomeno, sull'arrivo.

Uno dei migranti ci ha raccontato di essere partito con un gruppo formato da una quarantina di persone. Oggi non sa più nulla di nessuno di loro. Il viaggio è durato circa due mesi. Non ci sono però solo brutti ricordi nelle esperienze di viaggio di questi giovani, ma anche episodi di solidarietà. «Abbiamo incontrato gente buona e cattiva» ci è stato detto. Si arriva a Tarvisio su un furgone e da qui inizia una nuova parte del racconto. Quella più bella, stando alle testimonianze dei giovani. «In Italia la vita è buona», «La vita è sicura» ci hanno detto. A Udine, da dove i migranti ospitati a Musi provengono, hanno frequentato dei corsi di italiano e tutti hanno già raggiunto un certo grado di inserimento. «Mi piace l'italiano, parlami in italiano» ci ha chiesto uno dei migranti. Tutti vogliono parlare in italiano con noi «perchè qui siamo in Italia» ci dicono, e ce lo dicono con orgoglio. «In Italia ho trovato solo persone gentili» ricorda un altro. Del resto, l'Italia per questi ragazzi è la meta che si sono prefissi. Il nostro Paese non è solo un ponte verso altre destinazioni, verso nazioni più ricche. Questi giovani sognano un futuro in Italia, un futuro che abbia come ingrediente principale un lavoro. Uno di loro faceva il panettiere in patria e sogna di poter fare questo lavoro pure in Italia, anche i sogni degli altri sono semplici: ci si vede pizzaioli, in un nuovo futuro italiano, e si sorride. Intanto, in attesa di definire le pratiche, c'è la quotidianità di Musi, dove i migranti dovrebbero restare fino a fine mese. Si cucina, si pulisce, ci si dedica alle piccole incombenze del quotidiano. Nel tempo che resta si gioca a cricket, sentendosi magari, per un po', più vicini a casa. Musi piace a questi giovani, l'unico problema è che la corriera arriva solo una volta alla settimana e la paura è quindi quella che sia difficile seguire da qui le proprie pratiche negli uffici di Udine. Ci si tiene infine in contatto con le famiglie d'origine attraverso i cellulari: si gira un po' per il paese cercando un punto dove il campo sia buono e poi si chiama. Consola i migranti, in questa situazione, la consapevolezza che donne e bambini sono al sicuro anche nella loro terra e che chi è rimasto non corre rischi. Per l'affetto, quello è un altro discorso. Purtroppo. E quando chiediamo qualcosa su questo aspetto, le voci si accavallano: «E' difficile. Qui non c'è mia madre, non c'è mia sorella».

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