Presentato il piano strategico dell’Università di Udine: la sfida è contrastare il calo demografico
A presentarne le linee generali è stato il rettore Montanari, si cercano strumenti per fronteggiare una inevitabile diminuzione di iscritti: «Fondati sull’ascolto della comunità e del territorio»

I numeri non confortano, ma invitano a un’analisi obiettiva che ipotizzi soluzioni concrete con cui arginare, almeno, le conseguenze di fenomeni per certi versi inarrestabili: la presentazione del piano strategico dell’ateneo friulano per il triennio 2026-2028 (illustrato giovedì dal rettore Angelo Montanari) è stata l’occasione per evidenziare alcuni dati e rifletterci su.
Due, in particolare: entro il 2045 la popolazione tra i 18 e i 21 anni diminuirà del 29%, e il fenomeno causerà un calo del 20% delle matricole a livello nazionale e regionale. Nel frattempo, il sistema scolastico ogni anno regala all’estero circa duemila studenti.
«L’attrattività delle università non potrà basarsi sulla competizione territoriale, ma sulla capacità di internazionalizzare, innovare e attrarre nuovi talenti» ragiona l’assessore regionale a università e ricerca Alessia Rosolen.
Le misure regionali
L’assessore ha partecipato alla tavola rotonda “Sistema universitario e territorio: contesto e sfide” insieme con Mario Minoja, presidente del Nucleo di valutazione dell’università di Udine, ed Elizabeth Moretti, presidente del Consiglio degli studenti, moderati dal condirettore del Messaggero Veneto Paolo Mosanghini. «Negli ultimi tre anni abbiamo destinato al sistema universitario 85 milioni di euro» dichiara Rosolen, «a cui si aggiungono 13 milioni del Fondo sociale europeo per sostenere la domanda di formazione, i dottorati e gli assegni di ricerca». La Regione ogni anno garantisce 38 milioni di euro per le borse di studio: «Abbiamo anche investito 50 milioni di euro per potenziare l’ospitalità degli studenti e abbiamo riorganizzato i servizi, istituendo l’Ardis unico, per favorire la collaborazione tra gli atenei e non la competizione».
La tendenza all’espatrio
Il problema, aggiunge Rosolen, «non è soltanto formare bene i nostri ragazzi, ma offrire loro prospettive dopo la laurea: la mancanza di percorsi di formazione nel mondo del lavoro è uno dei principali motivi che li spinge a partire».
A questo si aggiungono «il mancato riconoscimento del merito, servizi spesso non adeguati alle esigenze di chi entra nel mercato del lavoro e livelli salariali poco competitivi». Lo scenario successivo alla conclusione del Pnrr «non deve dimenticare i progetti che sono stati avviati» conclude l’assessore, «e mettere a disposizione risorse per laboratori, strumenti e spazi dedicati agli studenti del Friuli Venezia Giulia».
L’invito a collaborare
La dicotomia emersa più frequentemente durante la mattinata e forse sale stesso dell’esistenza di più atenei all’interno della stessa regione è lo schema “competizione - collaborazione”. Ci torna anche Minoja: «Essere in concorrenza con le altre realtà territoriali è inevitabile, ma bisogna trovare spazi di collaborazione da sfruttare, a maggior ragione con il calo demografico, condizione in cui non possiamo permetterci di sprecare risorse».
Per esempio, l’ateneo friulano «dovrà cercare di diversificare i corsi rispetto a Trieste, di organizzare progetti condivisi, moltiplicando così le possibilità e diventando complementari e più attrattivi».
Gli studenti
«Approcciarsi all’università non è così banale come sembra» spiega Moretti, snocciolando un lungo elenco di criticità che gli studenti di oggi – la generazione Z, adolescenti in epoca Covid – si trovano ad affrontare. «Le matricole hanno bisogno di essere accompagnate, spesso non sanno a chi rivolgere le domande e vivono forti difficoltà nella socializzazione».
Il tema della bassa frequenza a lezione – altro nodo sollevato da più interlocutori – «è dovuto a diversi fattori, di natura economica, di carenza di tempo e di servizi». L’auspicio è che l’università «potenzi ciò che già c’è e crei nuovi spazi di aggregazione e sostegno agli iscritti».
La lectio magistralis
Davanti a una platea di circa 400 spettatori, tra i quali il sindaco di Gemona Roberto Revelant e l’assessore alla cultura del Comune di Udine Federico Pirone, la sociologa Isabella Pierantoni ha introdotto la mattinata con una lectio magistralis sui “mega trend” generazionali, utile a inquadrare meglio le caratteristiche della generazione Z, coloro che hanno tra i 17 e i 31 anni: «Sono i primi a non aver avuto bisogno degli adulti per imparare» spiega Pierantoni, «ma a sfruttare la tecnologia al massimo e a considerare il tempo come un valore di realizzazione». La loro concezione di studio e lavoro è molto diversa da quella delle generazioni precedenti e questo è un fattore di cui, necessariamente, il mondo accademico del futuro deve tenere conto.
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