Università: «Tutti protagonisti, motivati e ascoltati»

UDINE. Il giorno dopo l’elezione, il nuovo rettore dell’università di Udine è nel suo studio ai Rizzi. Alberto Felice De Toni riflette, sa bene di avere di fronte sei anni tutt’altro che facili. Ascoltare per dare risposte è la sua sfida e, pur delineando un diverso modello di gestione rispetto all’era Compagno, cita la sindrome di Churchill per sgombrare il campo dal rammarico dei perdenti.
E intanto si prepara a battere cassa in Regione, conferma che nella sua squadra ci sarà spazio per il preside di Agraria, Roberto Pinton, e assicura di essere sceso in campo solo perché sul suo nome c’era più convergenza.
Il prorettore è rammaricato, sostiene che il verdetto uscito dalle urne è un giudizio negativo sulla gestione in corso. Lei ha davvero raccolto il malessere per vincere?
«Credo che il rettore e il prorettore soffrano la sindrome di Churchill, che per vincere la guerra promise lacrime e sangue. Alla fine vinse la guerra, ma non fu eletto. Chi ha avuto l’onore e l’onere di salvare l’ateneo da una crisi grave deve avere la capacità di accettare la situazione che non dipende da chi l’ha condotta».
Sechi è un medico e non è stato votato da tutti i colleghi, lei cosa ha garantito a Medicina per ottenere quei voti?
«Medicina sconta più di altre realtà il blocco del turnover: nell’Azienda unica ha perso molti ordinari e direzioni di dipartimento. La questione va affrontata con la riscrittura della convenzione tra università, Regione e Azienda. Vorrei scrivere assieme ai colleghi di Medicina norme che mi consentano di finanziare posizioni di responsabilità con fondi regionali. Così evitiamo che l’Azienda ospedaliero-universitaria diventi solo ospedaliera».
Promuove l’Azienda unica?
«Ormai c’è e non si torna indietro, dobbiamo però tentare di trascinare l’intero ospedale dentro la ricerca, valorizzando il lavoro fatto nei reparti. Dobbiamo trasformare un punto di debolezza in uno di forza».
Come?
«Ai colleghi di Medicina ho promesso grande impegno, mentre ai primari ospedalieri ho chiesto un incontro perché solo con le alleanze possiamo costruire qualche cosa di importante».
Apre quindi la stagione delle grandi alleanze?
«I sistemi complessi non si possono risolvere a tavolino ex-ante, il modello va definito in itinere. L’importante è avere un’idea, perseguirla, essere pronti a intercettare il nuovo per farlo diventare pezzi dell’azione. La tecnostruttura centrale non ce la fa più a gestire la complessità: se l’ultima segretaria non si attiva per far funzionare le cose non sarà la tecnostruttura centrale a risolverle».
Valorizzerà quindi il personale tecnico amministrativo?
«Il problema vero è che l’imprenditorialità crea ansia a molte persone. In quel caso dobbiamo rispettare chi non ce la fa, non siamo tutti uguali. Bisogna fare un’operazione persona per persona per capire come ognuno vuole dare un contributo reale all’università».
L’errore del rettore Compagno è stato l’aver privilegiato una gestione rigida legata a ragioni di bilancio?
«Sono convinto che un leader non sia un conduttore. Nell’immaginario collettivo il leader porta alla Terra Promessa, mentre la verità è (questo l’ho imparato dai Gesuiti) che chi costruisce il contesto deve farlo affinché tutti i novizi arrivino in alto. Quello che conta è la visione e una forte capacità di autorganizzazione».
Lei sarà un costruttore di contesti?
«Vorrei essere un costruttore di contesti dove tutti diventano leader nelle loro attività. Dobbiamo creare un clima organizzativo in cui la gente si sente a casa sua».
Adesso non è così?
«Ci sono problemi di fondi accessori non più disponibili, sono sparite alcune indennità e la gente si è demotivata. Dobbiamo ripartire da lì. Sono convinto che se non abbiamo una macchina tecnico-amministrativa efficace non riusciamo a fare né ricerca, né didattica».
Sono queste le lamentele che ha raccolto dalla base?
«Il blocco del turnover ha fermato le carriere, tant’è che rischiamo di perdere i migliori ricercatori. Come preside di Ingegneria ho perso due tra i nostri migliori ricercatori. L’hanno fatto perché non vedevano prospettive di carriera».
Come pensa di risolvere il problema?
«Proprio perché il blocco è generalizzato, alla fine o si cresce o si declina. In questa situazione è importante ascoltare per cercare le risposte a livello regionale».
Andrà a battere cassa in Regione?
«Sicuramente perché l’università è un asset della Regione. E poi, come ho già detto, non è vero che andando a battere cassa si perde l’autonomia. Noi che, in questi anni, abbiamo perso metà dei soldi non siamo mica del tutto autonomi».
Da dove partirà il rilancio dell’ateneo friulano?
«Immagino quattro cinque eventi culturali da organizzare su base annua su tematiche trasversali, umanistiche e scientifiche. Vorrei valorizzare il plurilinguismo, la rivista Multiverso, la casa editrice Forum, la Scuola superiore affinché diventi un fiore all’occhiello di stimolo per i ragazzi».
Nel suo programma parlava di università di serie B. Udine federandosi con Trieste rischia questo?
«Fare insieme corsi di laurea non comporta alcun rischio. Lo facciamo e possiamo continuare a farlo, il problema è farlo funzionare. Anche se attivati ad anni alterni, alle volte gli iscritti ai corsi interateneo perdono esami. Sul piano organizzativo c’è una situazione non banale».
E i docenti vanno volentieri a Trieste?
«Non abbiamo la mobilità e questo non va bene. Sulla carta abbiamo delineato un sistema, peccato che poi non riusciamo a trasferire neanche un docente tra Udine e Trieste perché hanno mille euro di differenza».
Mille euro?
«È una cosa ridicola, se vogliamo dare un docente di Matematica e prendere uno di Fisica non possiamo farlo perché c’è qualche migliaia di euro di differenza sul lordo annuo. Se Udine e Trieste fanno un corso insieme devono essere premiate».
Questo significa riempire di contenuti il protocollo d’intesa?
«Siamo partiti dai servizi perché il ministero dell’economia dice “federatevi o non vi do i soldi”. È follia, capisco che il ministero voglia risparmiare, ma non possiamo fare la politica dei Comuni perché non lo siamo. Prima di pensare ai servizi dobbiamo fare un’operazione su didattica, ricerca e internazionalizzazione».
Come vede il futuro del Consorzio universitario di Pordenone?
«Come sempre è un problema di risorse. In quella sede mi piacerebbe avere un’offerta didattica distintiva e in inglese, non doppioni di corsi già attivati a Udine, supportata da scuole di dottorato, stage e summer school visto che lì abbiamo ottime foresterie».
Chi paga?
«La risposta non può venire dall’ateneo, bensì dalla Regione».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








