Una vita per far battere i cuori
Cesare Puricelli, pioniere della cardiochirurgia udinese e italiana
Senza i suoi tre anni di esperienza in Sudafrica e l'appassionata determinazione del professionista di stampo e carattere fieramente lombardi, oggi l'ospedale di Udine non potrebbe vantare il primato dei pazienti con cuore trapiantato più longevi d'Italia. Perchè quando, nel 1974, il professor Cesare Puricelli sbarcò nel capoluogo friulano come aiuto nella divisione Cardiochirurgica, l'attività trapiantologica del cuore era soltanto un'idea. Di più: un sogno che l'allora poco più che 40enne aiuto medico perseguì per oltre dieci anni e finalmente tramutò in realtà con il primo trapianto eseguito nel 1985. Oggi, colui che fu il pioniere di un'attività diventata col tempo fiore all'occhiello del “Santa Maria della Misericordia” si emoziona ancora nel rievocare le tappe di un cammino più e più volte culminato in sala operatoria, con un cuore sano tra le mani e una vita in più restituita al mondo. Professor Puricelli, oggi uno dei suoi primissimi pazienti festeggia i vent'anni dal trapianto.
Cosa ricorda di quel giorno?
«Fu il quarto intervento eseguito a Udine. Era l'8 aprile del 1987. L'operazione, che feci con l'assistenza del professor Meriggi e dei dottori Frassani e Da Col, non presentò complicazioni e si concluse con successo. Stallone era arrivato in gennaio, ma dovette attendere quasi tre mesi prima di poter entrare in sala operatoria: aspettavamo la disponibilità di un cuore. Tutto andò per il meglio e anche dopo il suo ritorno a casa, a Chieti, continuammo a sentirci. È diventato un amico: un siciliano somigliante in tutto e per tutto a un normanno, appassionato di pesca e di barca. L'ho chiamato anche l'altro giorno, per sapere come sta».
Il caso di Stallone, però, non fu quello che inaugurò la stagione dei trapianti a Udine.
«Il nostro ospedale, assieme a quelli di Bergamo e Pavia, fu secondo soltanto a Padova, dove il 13 novembre 1985, cioè non appena la legge lo consentì, il compianto professor Enzo Gallucci eseguì il primo intervento del genere in Italia. Noi cominciammo nella notte del 23 novembre: il paziente si chiamava Valentino Rigo, aveva 48 anni e arrivava dal Veneto. L'operazione andò bene. Ma subito dopo, forse preso dall'entusiasmo, l'ospedale decise di eseguire una serie di lavori per migliorare la struttura. Fu così che, abbattendo un muro che comunicava con la camera sterile in cui era ricoverato il paziente, l'ambiente finì per essere inquinato da un fungo, l'aspergillus fumigatus, un terribile patogeno che causò un'infezione ai polmoni e la successiva morte di Rigo».
Gli interventi successivi, invece, ebbero un epilogo diverso. E Stallone ne è la testimonianza vivente.
«Il secondo fu una vera e propria avventura. Il paziente, Francesco Callea, aveva soltanto 18 anni, abitava a Porto Empedocle, in Sicilia, ed era in lista da qualche tempo. Quando finalmente fu trovato il donatore, Da Col ed io ci trovavamo a Monaco di Baviera per un congresso. Ebbene, tanto fu l'entusiasmo che c'infilammo in macchina e partimmo immediatamente per Udine, ma lungo la strada incontrammo una vera e propria tormenta di neve. Il ragazzo, intanto, era arrivato in Friuli a bordo di un jet. Per quel che ne so, anche lui è ancora vivo e gode di buona salute. Del terzo, invece, Renato Diamante, un friulano di Camino operato il 21 febbraio '86 e poi ritrapiantato nel 2001, so che morì un paio di anni fa a seguito di un'infezione alla protesi dell'anca».
Stiamo parlando degli albori del trapianto cardiaco. Quanto dovette faticare per introdurlo anche nell'ospedale di Udine?
«Quando presi servizio, nel '74, ero reduce da tre anni di lavoro a Città del Capo, in Sudafrica, nell'equipe di Christian Barnard. Arrivai con il sogno di realizzare il trapianto cardiaco, ma dovetti scontrarmi con i limiti imposti dalla legge italiana. Quando, all'inizio degli anni '80, la situazione sembrò finalmente sul punto di sbloccarsi, non esitai un attimo e misi in moto il meccanismo che, anche a Udine, avrebbe aperto le porte al trapianto di cuore. Prima, però, bisognava creare tutti i presupposti necessari a supportare un'attività di questo tipo, dentro e fuori la sala operatoria».
Quali furono le tappe?
«Si trattava innanzitutto di attivare le competenze accessorie: biologi, cardiologi, infettivologi, anestesisti e personale infermieristico. Non potendo eseguire trapianti in casa, individuammo un gruppo di persone che necessitavano di un nuovo organo, per mandarlo in Sudafrica e a Monaco di Baviera e riaccoglierlo infine a Udine, dove ne avremmo seguito il follow-up. Poi l'ospedale finanziò una spedizione a Città del Capo per un pool di medici e infermieri: fu un'esperienza molto importante, perchè ci permise di eseguire una serie di trapianti sperimentali sui babbuini. Nel frattempo, ricevemmo anche la visita del professor David Cooper, che ci incoraggiò a proseguire e che, con nostra sorpresa, promosse la logistica di cui disponevamo».
Quella offerta dal padiglione Forlanini. Condivideva questo giudizio?
«Diciamo che la struttura non aiutava affatto. E che se riuscivamo a cavarcela era soprattutto grazie alla nostra buona volontà». E come le sembra la situazione attuale, a vent'anni di distanza? «Ho l'impressione che il fuocherello che accesi tanto tempo fa adesso sia diventato un grande falò. Il dottor Livi sta lavorando molto bene e tantissimo, proprio come avrei voluto fare io».
E cosa glielo ha impedito?
«Non ci è mai stata data l'opportunità di decollare numericamente, perchè l'ospedale ci ha sempre negato la disponibilità degli anestesisti al pomeriggio».
Lei è in pensione dal '98, eppure continua a frequentare l'ospedale. Come mai?
«Sono fatto così, amo troppo questo lavoro. Con il dottor Livi stiamo sperimentando una nuova tecnica per la sutura dello sterno. Il progetto, denominato Sternette, ci ha anche permesso di calssificarci tra i finalisti dell'edizione 2005 di Start cup. Nonostante tutti i nostri buoni propositi, comunque, bisogna riconoscere che in Italia la ricerca non è affatto favorita. Dovremmo imparare a confrontarci di più con gli altri Paesi e prendere ciò che di buono hanno da insegnare. In Svezia, per esempio, dove ho lavorato subito dopo la laurea e dove mi sarei trasferito volentieri, l'approccio alla ricerca è completamente diverso».
Vista dal di fuori ma con l'esperienza maturata in quasi 35 anni di servizio, cosa pensa dell'unificazione tra l'ex ospedale e l'ex policlinico universitario?
«Mi sembra una scelta inevitabile. D'altra parte, è la mia stessa vita professionale a dimostrare quanto preziose siano le collaborazioni. Tanto più in un campo come quello della trapiantologia».
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