I 74 anni di Moroso: la storia dell'icona del design nata nel Friuli che conquista il mondo

Dal piccolo laboratorio di Tricesimo al fatturato di 28 milioni a Tavagnacco: il racconto di Roberto Moroso tra tradizione artigiana e grandi progetti navali

Riccardo De Toma

In principio c’erano il papà e la mamma, Agostino Moroso e Diana Mansutti. Si conobbero alla Tullio, una delle tante botteghe artigiane che facevano di Tricesimo un distretto ante litteram, cuore della produzione di salotti. Agostino, mani d’oro e coraggio da vendere, si formò anche alle dipendenze di Walcher, un nome che ha fatto la storia dell’arredo di qualità in Friuli. Poi, a 22 anni di età, Agostino scelse di mettersi in proprio. «Era il 12 aprile del 1952: la Moroso nacque quel giorno, un venerdì santo».

 

Dal tinello di casa

Parte da quel venerdì il racconto di Roberto Moroso, presidente di un’azienda che oggi, 74 anni dopo, continua a essere una bandiera del saper fare e della tradizione artigianale friulana. Un nome e una reputazione che nell’arredo di design hanno conquistato l’Europa e varcato l’Oceano: Moroso, sede a Tavagnacco, più di 100 dipendenti e un fatturato consolidato 2025 di 28 milioni, continua ad avere testa e cuore saldamente friulani, ma i suoi pezzi e le sue collezioni vengono venduti in 70 Paesi. Partita dal tinello di una piccola casa di Tricesimo, la Moroso ha conquistato i principali mercati mondiali, con tanto di show room a Milano, una rete di negozi monomarca in Cina e due flagship store aperti da oltre vent’anni a Londra e Milano.

«L’azienda fondata dai miei genitori – racconta Roberto Moroso – era una realtà artigianale, come molte imprese nate in Friuli in quegli anni, costruita sul lavoro, sulla manualità e sulla capacità di fare bene le cose. Mio padre aveva una grande attenzione per il prodotto e per la qualità, mia madre una sensibilità molto forte e una grande capacità di relazione. Insieme hanno costruito qualcosa che non poteva avere l’ambizione di diventare quello che è oggi. Ma hanno anche creato una cultura, che ancora oggi segna l’identità di Moroso».

Seconda generazione

L’eredità di Agostino e Diana è stata raccolta dai figli: Roberto e Patrizia, la “signora del design”, art director di Moroso e Compasso d’oro 2026, hanno vissuto l’azienda fin da giovanissimi. «Nei primi anni – conferma Roberto – la casa e la fabbrica erano una accanto all’altra. Questo probabilmente ha influenzato molto entrambi, anche se in maniera diversa. Io, studi economici fermati dal terremoto, mi sono avvicinato alla parte industriale, produttiva e gestionale, Patrizia, che fece il Dams, alla componente creativa. E insieme abbiamo contribuito a trasformare l’azienda».

Liberi di creare

L’elemento di continuità, nel passaggio dalla prima alla seconda generazione, e con la terza già saldamente insediata all’interno dell’azienda di famiglia, è l’attenzione alla qualità, da sempre un tratto distintivo di Moroso, unita a una cifra di libertà creativa che è da sempre parte del Dna aziendale. Un humus fertile per l’apporto di Roberto e di Patrizia, il cui ingresso in azienda, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, accelerò la spinta verso la ricerca creativa.

«Patrizia, in particolare, ha avuto l’intuizione di guardare al mondo dei designer internazionali, dell’arte e della cultura contemporanea», spiega il fratello. «È stato un passaggio importante: abbiamo mantenuto la capacità manifatturiera che avevamo ereditato dai nostri genitori, ma abbiamo iniziato a utilizzarla per dare forma a idee molto più sperimentali».

Contaminazioni

Il rapporto con i designer è diventato una vera e propria cifra distintiva per Moroso, segnando i suoi modelli e la storia dell’azienda fin dai primi anni Settanta, con l’avvio della collaborazione tra Agostino e lo studio milanese Citterio-Nava. Una contaminazione che dura da decenni, accostando all’azienda friulana nomi come Ron Arad, Patricia Urquiola, Alfredo Häberli, Toshiyuki Kita, Tord Boontje, Nendo, Front, e più di recente anche designer locali come Garcia Cumini e Zanellato-Bortotto. «Siamo orgogliosi – spiega Moroso – di trasformare in prodotti le idee di artisti di questo calibro, di offrire sul mercato creazioni che sanno anche raccontare i territori dove vengono pensati e creati».

Alberghi galleggianti

Un altro fattore di trasformazione, e di crescita, è stato il mercato del contract, grazie anche alla spinta del navale, con Fincantieri a fare da traino. Ma il rapporto tra Moroso e la cantieristica parte da lontano. E ben prima del 1990, quando l’azienda di Tavagnacco firmò gli arredi della prima, storica Crown Princess, costruita a Monfalcone su disegno di Renzo Piano. «Già nei primi anni Sessanta – racconta Moroso – la nostra azienda fu chiamata per curare gli interni della Michelangelo e della Raffaello, le due navi gemelle della Italian Line di Achille Lauro. Altri tempi, però: le sedie erano ancorate ai pavimenti, come le poltrone da barbiere. La crocieristica moderna è un mondo completamente diverso: si tratta di costruire enormi alberghi galleggianti e il navale, con una realtà come Monfalcone, è indubbiamente una locomotiva».

Il futuro

A Moroso si è rivolto anche il gruppo Falkensteiner per il suo Resort Lake Garda, recentemente inaugurato a Salò, una delle maggiori commesse di un’annata giocata necessariamente in difesa. Il fatturato 2026 è atteso in leggera flessione, penalizzato da un mercato debole e incerto, soprattutto in Europa, ma Tavagnacco guarda con fiducia al futuro, forte anche dell’apporto della terza generazione. Massimo e Caterina, figli di Roberto Moroso, lavorano in azienda, rispettivamente al controllo di gestione e al commerciale. Khadim e Omar Gaye Moroso, figli di Patrizia, al digital marketing e al controllo qualità. Ognuno secondo le sue vocazioni, come i loro genitori e i loro nonni. E le porte sono aperte anche per Margherita e Amina Gaye, ora all’estero. Ma qual è la mission scritta sul testimone? «Non devono limitarsi a fare quello che abbiamo fatto noi. Ogni generazione deve avere la possibilità di interpretare il proprio tempo. Noi abbiamo avuto la fortuna di poter trasformare l’azienda dei nostri genitori. I nostri figli dovranno sentire la stessa libertà di portare qualcosa di nuovo».

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