Trovato l’accordo, ok in Aula al referendum

UDINE. Alla fine Forza Italia e Progetto Fvg si allineano alla linea della Lega (e di Fratelli d’Italia) e Massimiliano Fedriga incassa il via libera alla proposta di referendum nazionale abrogativo sulla parte di proporzionale contenuta nel Rosatellum-bis con l’obiettivo, come auspicato a Milano da Matteo Salvini, di provare a portare il Paese al voto in primavera per trasformare l’attuale legge elettorale in un maggioritario puro.
Fedriga ne aveva fatto una vera e propria questione di fiducia nei suoi confronti – e d’altronde sarebbe stato difficilmente spiegabile a Salvini un nulla di fatto a Nordest – e in questo modo convince civici e azzurri ad appoggiarlo.
Forza Italia, dopo il via libera arrivato in giornata da Silvio Berlusconi, ottiene in cambio il placet a una mozione attraverso la quale impegna Fedriga a spingere in Parlamento affinché si arrivi «alla definizione di un metodo maggioritario con salvaguardia della pluralità partitica» – come sostiene il capogruppo Giuseppe Nicoli –, cioè volgarmente a un maggioritario di coalizione.
Diversa, invece, la posizione di Progetto Fvg che attraverso il capogruppo Mauro Di Bert spiega a chiare lettere come «a fronte della questione di fiducia che ci è stata chiesta» da parte di colui che «per primi abbiamo invitato a candidarsi alla presidenza» seppur «perplessi, daremo un voto favorevole che non significa condivisione politica» perché «siamo sempre stati convinti che il sistema elettorale migliore per il Paese sia il proporzionale con soglia di sbarramento».
Il centrodestra, dunque, riesce a fare nuovamente quadrato, ma quella di ieri non è stata una giornata politicamente semplice per la maggioranza nonostante la dimostrazione dell’accordo sigillato si sia manifestata già in mattinata quando la richiesta di procedura d’urgenza passa con 27 voti a favore, cioè con tutti quelli a disposizione del blocco conservatore.
Ma è a partire dall’ok all’urgenza che le opposizioni salgono sulle barricate, a cominciare dalla Commissione dove il testo rimbalza prima del ritorno in Aula. Ed è proprio qui, infatti, che dai banchi del Pd viene srotolato uno striscione con la scritta «Autonomia venduta a Pontida», mentre l’autonomista Massimo Moretuzzo mostra “un lenzuolo” per dimostrare la complessità «assurda» del quesito proposto dalla Lega e cominciano gli attacchi.
Cristiano Shaurli parla di «ennesima umiliazione dell’Aula con una procedura d’urgenza chiesta non per la Ferriera o la Burgo, bensì per ubbidire agli ordini di Salvini», Sergio Bolzonello sostiene che «ormai non esiste più un centrodestra, ma soltanto una Lega allargata» e Francesco Russo arriva a descrivere la seduta come «la giornata più imbarazzante della legislatura», mentre il grillino Cristian Sergo chiede al centrodestra di «non prendere in giro i cittadini visto che ci state chiedendo di abrogare una legge che la Lega ha votato un anno e mezzo fa» e Furio Honsell chiosa un secco: «Pontida chiama e piazza Oberdan risponde».
Fedriga, che definisce la mossa come «una valorizzazione dell’Autonomia e non ho mai minacciato di andare al voto in questi giorni in cui abbiamo lavorato per trovare un doveroso punto di sintesi in maggioranza», e Mauro Bordin difendono le scelte prese, ma in Aula il nervosismo sale e si arriva velocemente alle 18.30, orario in cui si dovrebbe chiudere la sessione, ma il Consiglio non ha ancora votato né la richiesta di referendum né i 130 emendamenti depositati.
Per proseguire a oltranza servono i due terzi dei voti a favore dei capigruppo. Non ci sono e quindi è il presidente Piero Mauro Zanin a decidere di fare andare avanti i lavori. Così si va al voto e il centrodestra approva la mozione all’unanimità. Adesso resta da capire se il quesito verrà accettato o, come sostengono in molti, sarà cassato dalla Corte di Cassazione.
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