Tommaso Cerno: dal Friuli si vede il Mondo

Il saluto ai lettori del direttore del Messaggero Veneto che va a dirigere il settimanale "L'Espresso"
Cividale 25 Giugno 2016. Redazione e mostra pagine Messaggero Veneto in Foro Giulio Cesare. Foto Petrussi
Cividale 25 Giugno 2016. Redazione e mostra pagine Messaggero Veneto in Foro Giulio Cesare. Foto Petrussi

UDINE. Quando tornai per assumere la direzione del Messaggero Veneto salutai i lettori sotto questo titolo: «Dal nostro Friuli si vede il mondo». La frase mi girava in mente dal giorno in cui cominciai a fare il giornalista. Un grande friulano come Carlo Sgorlon me la sussurrò: «Osserva bene. Guarda le cose da qui», disse. «Vedrai che dal Friuli si vede tutto, si vede l’Italia e si vede il mondo».

Parole che feci mie e che ho poi cercato di rispettare al Messaggero Veneto, in questi due anni trascorsi insieme. E posso dirvi oggi, dopo questa straordinaria esperienza con voi, che Sgorlon aveva ragione: se guardi le cose da qui si vede tutto, si vede il mondo.
Il fatto è che questa prospettiva ha un rovescio, ci affida pure una responsabilità. Diventa doveroso per noi, per il Friuli di oggi, aprire bene gli occhi e dirci con chiarezza che cosa davvero vediamo, che cosa invece non vediamo più.
Ecco perché ho scelto di salutare i lettori e tutti i friulani, prima di lasciare il Messaggero Veneto nelle ottime mani dell’amico e collega Omar Monestier, riproponendo lo stesso titolo del 21 ottobre 2014.
 
Sono le parole di uno scrittore profetico del giorno d’oggi, che contengono il senso profondo della nostra missione quotidiana di cronisti. Quello che abbiamo cercato di fare.

Il lavoro della redazione, dei collaboratori, dei poligrafici e mio è stato di “declinare” ciò che ci capitava intorno, dalle immediate vicinanze all’Italia, dall’Europa al mondo, appunto, in modo da mostrare alla comunità friulana il punto dove la freccia colpirà.

E questo perché siamo un popolo coeso, unito e peculiare, ma siamo al tempo stesso inseriti nel flusso globale dei mercati, della cultura, della paura. Nel caos apparente del globo. Esso abita con noi, vicino a noi, in mezzo a noi e modifica la nostra visione così come il senso del nostro essere giornale del Friuli.

Il compito che abbiamo non è più solo narrare, elencare eventi, dare voce a chi vive qui, bensì cercare assieme a tutti voi l’algoritmo capace di dirci che cosa ci toccherà davvero, nel profondo, che cosa muterà dentro la nostra comunità.

Consapevoli che le nostre emozioni, le nostre scelte, fino alle nostre ansie, a differenza di un tempo non nascono solo attorno a noi, ma anche molto lontano da noi, almeno fisicamente. Eventi e fatti un tempo classificati come “estranei” fanno parte improvvisamente del nostro essere comunità, incidono sulla nostra vita quotidiana, si fanno “locali” senza mai essere passati di qua.

E ci modificano proprio come fossero parte della nostra terra e della nostra vita. Per un grande giornale di territorio, com’è il Messaggero Veneto, globalizzazione significa proprio questo: rischi e opportunità vengono da molto distante e rinascono dentro di noi, modificando la comunità in cui viviamo proprio come fossero “forze indigene”.

Torviscosa, 12/10/2015 - Tommaso Cerno - Foto Luca A. d'Agostino/Phocus Agency © 2015
Torviscosa, 12/10/2015 - Tommaso Cerno - Foto Luca A. d'Agostino/Phocus Agency © 2015

Dalla crisi economica al terrorismo che ci vede sempre vittime, sia quando come a Dacca perdono la vita cittadini italiani, fra cui i nostri corregionali di Feletto Umberto e di Cordovado, sia quando come in Francia, in Europa o in altre parti del mondo, ci troviamo a discutere di un “lupo solitario”, più o meno, all’apparenza distante dall’integralismo religioso, che vi si rifugia all’insaputa di tutti e uccide decine di innocenti mostrandoci in verità la debolezza del nostro essere Occidente e democrazia.

Quella sensazione è l’anima, il seme, il punto di caduta del “nuovo” giornalismo glocal, come piace dire a qualcuno. Ogni morto e ogni ferito, così come ogni testimone diretto, sono diventati in qualche modo uno di noi, tanto che tutti ci sentiamo colpiti, ma soprattutto sentiamo quel dolore come dolore di comunità. Come fossimo noi le vittime, nel nostro quotidiano, di un terrorismo che si diffonde nell’aria, virus invisibile eppure capace di risvegliare esseri umani per trasformarli in macchine di morte, in risposta al “ghetto” umano e psicologico in cui si trovano.

In questo senso di smarrimento si incastrano i disastri di casa nostra. Penso alla crisi delle banche e delle cooperative, al dramma della disoccupazione e alle speculazioni che se ne fanno, penso ai costi sempre più alti del welfare e della sanità, che pretendono un avanzamento del sistema, rivolto ai malati e non alle manie dei sani, se non vogliamo perdere l’eccellenza per moltiplicare invece il servizio ordinario.

L’abbiamo raccontato, abbiamo dato voce alle storie delle migliaia di friulani che hanno perso i loro risparmi; così come abbiamo fatto con CoopCa, la cooperativa carnica che gestiva decine di supermercati investendo, male, i soldi della povera gente.

Un disastro annunciato, che fino all’ultimo s’è tentato di negare e di mascherare, ma che è una ferita profonda e difficile da rimarginare per la Carnia e per il Friuli Venezia Giulia. Stendo un velo pietoso sulle responsabilità della classe dirigente e sugli effetti che scelte, a volte incoscienti a volte criminali, producono sulla vita di molti friulani.

Penso agli sprechi e al pericolo mafioso, come anche oggi raccontiamo. Con le nostre inchieste, cito quella sull’aeroporto di Ronchi che ha portato – dopo la denuncia sugli sperperi e sugli stipendi d’oro – alle dimissioni dei vertici, abbiamo puntato la luce dove si preferiva l’ombra; l’abbiamo fatto denunciando per primi l’ingresso, ancora silenzioso, delle mafie in Friuli Venezia Giulia, grazie a reportage e indagini giornalistiche che sono stati poi confermati dalle inchieste della magistratura.

Uno scenario, quello che abbiamo fatto vedere per primi, che ci mostra una regione in pericolo di contaminazione criminale. La mafia non si fa annunciare, presta denaro quando serve – e adesso serve – per poi annidarsi nel sistema, come un veleno mortale e invisibile, deteriorando tutto ciò che le sta attorno.

Penso poi alla paura del diverso, che vive in simbiosi con la paura del terrorismo globale, senza una ragione precisa, ma perché così è percepito il momento in cui viviamo. Ogni territorio ha a che fare con tutto questo e il Friuli in modo particolare, per la sua collocazione geografica che già l’ha visto testimone diretto della guerra nei Balcani.

Ecco che il compito del giornale muta e diventa quello di portare, ogni giorno, ogni istante, il mondo intero dentro la comunità e la comunità dentro il mondo. Per raccontare ciò che ci tocca più da vicino, dobbiamo dunque saper guardare molto lontano. Ed è proprio questa la natura del Messaggero Veneto, è il giornale del Friuli che lo pretende, che lo chiede per conto dei friulani, della nostra comunità.

Non mi dilungherò, dunque, sul ruolo del vostro giornale in Friuli, perché lo conoscete come e meglio di me. Ma proprio per questo dico che essere Friuli oggi non è così semplice. La nostalgia del passato non ha mai aiutato a comprendere, né ad affrontare il presente, eppure nella nostra terra troppo spesso riemerge camuffata da difesa dei colori sociali, quando è solo retroguardia.

Come abbiamo ricordato alla festa per i settant’anni del Messaggero Veneto, questo giornale è stato il primo in Italia a colori, nel 1968, così come oggi è all’avanguardia nelle nuove tecnologie, dal web ai social network. Mutazioni che vanno al passo con i tempi ma che da sole non bastano.

Allo stesso modo però dobbiamo avere il coraggio di cambiare anche la nostra tempra, di aggiornarci nel punto di vista, di essere davvero l’agorà dove le grandi questioni prospettiche che ci riguardano vengono sviscerate e discusse. È l’unico modo perché un giornale resti se stesso: cambiare sempre.

Un po’ come una città, che deve essere capace di servizi sempre più avanzati, ma proprio in questa modernità trova la forza di mostrare orgogliosa le sue mura antiche, i suoi vessilli e i suoi colori.

Non so se ci siamo riusciti in questi due anni passati assieme, ma posso garantirvi che ci abbiamo provato tutti i giorni, come ha dimostrato il nostro anniversario, festeggiato in teatro a Udine nell’ultimo week-end di maggio assieme ai friulani.

In quell’occasione, il Messaggero Veneto e il Friuli tutto si sono fatti palcoscenico nazionale per discutere, insieme con i giornalisti e le eccellenze del Paese, di informazione, democrazia e futuro. Una scelta lontana da una visione del Friuli chiuso in se stesso, nostalgica, che ci vorrebbe “isola felice” anche quando non siamo più isola, ma siamo ponte, dall’Europa e verso l’Europa. E dove la felicità arriva, ma costa molta più fatica di un tempo.

Ce lo mostrano ogni giorno, ormai, le polemiche sull’accoglienza dei richiedenti asilo, che vedono la terra che si fa vanto di essere stata il modello per l’Italia dopo il drammatico terremoto del 1976 avere paura di aiutare chi, come capitò a noi, non ha più nulla, solo macerie di una vita spezzata.

Ma che vedono anche dall’altra parte le troppe parole delle istituzioni, cui poi non seguono i fatti, dando l’impressione di un disfacimento dello Stato che riporta a casa di ognuno la sensazione di doversela “cavare”.

Un fenomeno che spinge molte persone a chiudersi nell’unica visione che conoscevano, quella del confine chiuso, quella che viene dal passato, quella che credevamo sepolta. Forse lo è, ma certamente quel che è mancato è saper dare elementi di comprensione del nuovo, elementi in grado di farci sentire in una casa globale e non spaesati come molti si sentono.

Una sensazione sbagliata? Sarà anche, ma questa è la lettura che migliaia e migliaia di persone danno di ciò che sta capitando e che finisce per generare tensione sociale e razzismo, in una terra che al contrario è capofila in Italia per tutte le battaglie sui diritti civili, dal divorzio di Loris Fortuna al caso di Eluana Englaro. Una terra che custodisce le spoglie di Pier Paolo Pasolini, morto per quel che era e per quel che rappresentava (cambia poco).

E oggi conserva anche quelle di Giulio Regeni, un ragazzo la cui voce non era alta come quella di Pasolini, non ne aveva ancora avuto il tempo, ma che faceva il suo stesso lavoro, lo stesso che dovrebbero fare i giornali e i giornalisti: cercare la verità.

Una terra così non può tapparsi occhi, orecchie e bocca come le tre scimmie, ma deve avere il coraggio di narrare i fatti per come sono, le paure per quel che sono, anche se non piacciono a tizio o a caio. Anche se al potere non vanno giù. Anche se sono scomode. Anche se rischiano di ingenerare effetti che non vogliamo vivere.

L’abbiamo sempre fatto, abbiamo ricevuto critiche, anche dure, spesso da aree ben definite della destra e della sinistra estreme. Ma certamente non ci hanno sfiorati. Non ci fanno paura. Ci fa anzi sorridere prendere lezioni di democrazia da chi crede che la verità stia solo da una parte, monolitica e assertiva. Verità che, guarda caso, sta sempre in tasca a chi attacca e critica di mestiere.

Se edulcoriamo la verità, siamo peggio di chi la semplifica. Perché la gente ha il diritto anche di avere paura e non sta scritto in nessuna Costituzione che abbia il dovere di sapere tutto. Spetta piuttosto a ognuno di noi fare qualcosa perché questa sensazione di paura, ingiustificata, cambi e si trasformi in forza reattiva, come fu nel 1976 qui in Friuli.

Non possiamo imporlo né con le leggi o con una presunta etica superiore di qualcuno, né tanto meno mettendo il bavaglio alla stampa come certi personaggi – anche colleghi giornalisti e questo è gravissimo – hanno cercato di fare in questi mesi. Senza ovviamente riuscirci. E spesso per interessi privati, molto facilmente documentabili.

Senza rendersi conto che, in questo momento, è proprio in questo modo che si alimentano xenofobia e nazionalismi, il passato e non certo il futuro. Democrazia è mettersi in discussione. Democrazia è avere il coraggio di cambiare idea. Democrazia è non bastare a se stessi. Democrazia è sapere che non c’è sempre una soluzione per tutto.

A domande complesse come quelle che i tempi ci pongono, infatti, ci si aspetterebbe che la risposta fosse: «La politica non basta da sola, nemmeno la Regione, nemmeno l’Italia». E invece, in modo illogico, ci chiudiamo di nuovo in recinti sempre più piccoli e fuori dal tempo. Confondendo l’autonomia con la marginalità, l’indipendenza con la periferia.

Il Friuli non è mai stato periferia, per cui è ridicolo che possa diventarlo proprio adesso che si trova in mezzo a un’Europa in crisi di identità, terra con la storia e il carattere necessari per contribuire a formarne una nuova, avanzata, non semplicistica.

Oggi l’autonomia si rinforza solo così, se viaggia più veloce dello Stato. Si rinforza solo se è un vantaggio per il Paese, se genera modelli virtuosi e non baracconi anacronistici e novelle sprecopoli in tempo di vacche magre. Dalle banche al reddito minimo, fino al campo dell’accoglienza.

Dovremmo essere i primi a rivendicare la nostra capacità di fare meglio degli altri, Veneto in testa, se vogliamo – come si ripete nei convegni – dirci autonomi di fronte a loro ordinari.

Ci abbiamo provato. Abbiamo celebrato insieme con i lettori e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella i quarant’anni dal terremoto del 1976. L’abbiamo fatto senza retorica. Cercando di ritrovare lo spirito d’allora, che non era piagnone, ma era quello di tanta gente che – una volta seppelliti e onorati i propri morti – ci ha costruito sopra il futuro dei propri figli.

Grazie a un modello di ricostruzione che ci mostrò al Paese come “parte avanzata” e non come “parte assistita” del sistema Italia. Ecco il punto: è a questo Friuli qui, a nessun altro, che restituisco il Messaggero Veneto che ho avuto l’onore di guidare fino a oggi. E vi dico di più, non posso nemmeno dire di restituirlo a qualcuno. Il giornale è sempre stato vostro, dei lettori, dei friulani di cui abbiamo detto in queste righe.

Così sono certo che continuerà a essere, perché sta nella sua natura. Un giornale difensore dei friulani di fronte al potere, capace di alzare la voce e di farsi ascoltare anche lontano da qui. Dove il Friuli peserà sempre, se saprà restare se stesso nell’indole ma ammodernarsi nella “dotazione”.

Partendo da una grande visione di regione europea, capace di immaginarsi un domani come fecero i nostri nonni e padri quarant’anni fa. Quando le macerie sembravano dirci che tutto era finito. Ma noi sapevamo che non era così.

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