Tito Pasqualis, l’ultimo assessore della prima Provincia di Pordenone: «Un ente intermedio serve ancora»

Classe 1938, protagonista della giunta che nel 1970 sancì l’autonomia del Friuli Occidentale: tra memoria storica, ricostruzione post-terremoto e il giudizio sul ritorno della Provincia nel 2027

Milena Bidinost
Tito Pasqualis con una vecchia edizione del Messaggero Veneto di Pordenone
Tito Pasqualis con una vecchia edizione del Messaggero Veneto di Pordenone

C'è un volto che lega la Destra Tagliamento in bianco e nero degli anni Settanta, quella del boom industriale, al Friuli Occidentale che oggi progetta il suo nuovo assetto istituzionale, con il ritorno della Provincia di Pordenone nel 2027, a dieci anni dalla soppressione. È il volto dell'ingegner Tito Pasqualis, di Cordenons.

Classe 1938, una vita spesa come dirigente del Consorzio di bonifica Cellina Meduna e la passione per la saggistica, Pasqualis ferma oggi un primato: è l'ultimo assessore vivente della prima giunta provinciale che nel 1970 inaugurò l'autonomia del Friuli Occidentale da Udine.

Ingegner Pasqualis, partiamo da questo primato. Lei è l'unico rimasto di quella “squadra di pionieri” del 1970.

«Guardi, lo dico con un sorriso che è insieme amaro e orgoglioso: trovarsi ancora qui, a 88 anni e dopo oltre mezzo secolo, come unico superstite di quella compagine è una notizia che mi fa riflettere. Mi ritengo naturalmente fortunato ad esserci ancora, ma mi raccomando, non mi descriva come un monumento della politica; non sono mai stato un politico di professione. Mi sono sempre definito, piuttosto, un amministratore prestato alla cosa pubblica, un tecnico che ha messo le proprie competenze al servizio di un progetto collettivo a cui tutte le forze politiche dell'epoca credevano, e che lo ha fatto con piacere».

Erano gli anni in cui Pordenone sfidava il primato di Udine. Qual era il clima?

«C'era fermento. La Zanussi non era solo una fabbrica, era il motore di un cambiamento sociale profondo. La popolazione aumentava, l'economia correva e il distacco amministrativo da Udine non era una velleità campanilistica, ma una necessità pratica, unanime e trasversale. Era anche una difesa dell'identità politica e amministrativa di un territorio che stava maturando. Servivano uffici vicini, decisioni rapide, una visione specifica per il Friuli Occidentale. La Provincia fu costituita formalmente nel 1968, ma ci vollero due anni e mezzo di preparazione prima che quell'idea si concretizzasse. Le prime elezioni si tennero il 7 e 8 giugno 1970. Io avevo 32 anni, ero un giovane ingegnere al Consorzio di bonifica e stavo facendo da quattro anni amministrazione amministrativa a Cordenons, come assessore del sindaco Luigi Gaiotti».

Il suo risultato elettorale in quella tornata fu clamoroso, un vero plebiscito per l'epoca.

«Sì, conservo ancora il ricordo di quel calore popolare. La Democrazia cristiana di Cordenons affisse un cartellone per ringraziare gli elettori: avevo ottenuto 3.578 voti, la cifra massima tra tutti i collegi della provincia. Ma quel voto non era per me, era per un'idea di rappresentanza diretta, sebbene non nego rappresentasse anche una mia personale soddisfazione. La seduta di insediamento del primo consiglio provinciale si tenne solennemente lunedì 10 agosto 1970, alle 21, nell'allora pinacoteca del municipio. Non avevamo un palazzo, non avevamo archivi. Eravamo noi, le nostre idee e la voglia di costruire tutto da zero».

Lei ha avuto la delega ad agricoltura, caccia e pesca nella giunta guidata dall'avvocato Danilo Pavan. Com'era lavorare in quegli uffici “improvvisati” di piazza cardinale Costantini?

«Si lavorava con una semplicità che oggi sembrerebbe impossibile. La giunta era monocolore Dc, ma con una forte apertura al dialogo con le altre forze del centro-sinistra. Accanto a me c'erano nomi come Domenico Pitton, Elio Susanna, Guido Porro, Carlo Ferrari e Pio Beltrame. Eravamo tutte persone abituate al pragmatismo, operavamo senza indennità e gettoni di presenza, solo un rimborso spese. In consiglio la stragrande maggioranza delle delibere passava all'unanimità, perché eravamo tutti consapevoli che era necessario collaborare».

Nel 1971, però, lei fece un passo di lato. Perché?

«Si doveva dare vita al cosiddetto “centro-sinistra organico” e per equilibri politici era necessario un rimpasto. Non ebbi problemi a dimettermi da assessore, e rimasi in consiglio fino al 1975. Poi venne il 1976, l'anno del terremoto. Fu un momento spartiacque. Il partito mi chiese di mettere le mie competenze tecniche a disposizione di Vito d'Asio, la terra di mia moglie Maria Sferrazza. Lì, da consigliere comunale, passai cinque anni, dal 1979 al 1983, ad aiutare a gestire la ricostruzione e la distribuzione dei fondi, facendo il pendolare da Cordenons. Fu un'esperienza umana e professionale durissima, ma necessaria».

Arriviamo ai giorni nostri. Dopo anni di vuoto istituzionale, la dieci Provincia di Pordenone si prepara a tornare. Lei, che l'ha vista nascere, come giudica questa operazione?

«Lo dico senza esitazioni: sono favorevoli al suo ritorno. Non è un ritorno al passato, ma una necessità per il futuro. Ritengo che un ente intermedio ben strutturato possa dare uno strumento in più di partecipazione della popolazione all'amministrazione della cosa pubblica. Lo considero un bel segnale di democrazia».

Molti critici temono che sia solo un ritorno alla burocrazia oa poltrone inutili. Lei cosa risponderebbe?

«Tutto dipenderà dalle funzioni che verranno date al nuovo ente intermedio. Io non sono un politico e, come ho detto, la mia esperienza di amministratore provinciale si è chiusa nel 1975. Però so una cosa: il nuovo ente non deve diventare un carrozzone, ma un ente di coordinamento a beneficio del territorio del Friuli Occidentale. Serviranno competenze tecniche, non solo politiche, e il rispetto per la popolazione che si andrà a rappresentare. Nel primo consiglio provinciale, sia durante sia fuori dalle sedute, il clima era di reciproco rispetto e stima. Auguro lo stesso ai futuri amministratori».

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