Tangenti in Regione, svolta in udienza

Sospesa la testimonianza degli imprenditori che avevano denunciato Fonn: ora rischiano a loro volta l’accusa di corruzione

PORDENONE. Sul filo del rasoio, da vittime della concussione a ipotetici corruttori. Gli imprenditori Albino Rizzo, titolare dell’Avianese asfalti srl, e Fulvio D’Andrea, a capo dell’omonima impresa edile di Pordenone, rischiano di finire nel calderone dell’inchiesta sulle tangenti per lo sghiaiamento del Meduna.

Nell’autunno del 2011 avevano denunciato alla guardia di finanza che erano stati costretti a pagare per ottenere la concessione per l’escavazione. Avevano fatto il nome del destinatario della mazzetta, il funzionario della Regione Diego Fonn, di Pordenone.

Successivamente erano stati indagati anche un altro funzionario regionale, Roberto Angeli, di Pasiano, assistito dagli avvocati Alberto Cassini e Valter Buttignol, e il redattore del progetto, Mario Fogato, difeso da Aurelia Barna e Andrea Mondini.

Per questi ultimi il pubblico ministero Federico Facchin aveva chiesto l’archiviazione, poi era stata disposta l’imputazione coatta e il processo. Durante il quale, ieri, c’è stato un doppio colpo di scena.

Le vittime della concussione, gli imprenditori Fulvio D’Andrea e Albino Rizzo, erano stati convocati quali testimoni. Audizioni interrotte quando, secondo i giudici, si è delineato uno scenario diverso rispetto a quanto configurato nel capo di imputazione.

Dal loro racconto, insomma, non è trapelata alcuna costrizione nella dazione di denaro, bensì una sorta di accordo con i funzionari pubblici e il geologo. Tanto è bastato per ritenerli «indiziati di reità», come recita l’ordinanza del tribunale (presidente Eugenio Pergola, a latere Rodolfo Piccin e Andrea Scorsolini), che ha interrotto l’audizione invitandoli a ripresentarsi accompagnati dall’avvocato.

D’Andrea non ha mai affermato, almeno ieri, di essere stato costretto a pagare una tangente per ottenere la concessione di escavazione nell’alveo del Meduna, a Domanins. Da qui il rilievo del legale di Fonn, l’avvocato Bruno Malattia: «L’ottica difensiva si sposta in maniera rilevante».

A corroborare tale ipotesi, la successiva testimonianza di Rizzo (parte offesa nel procedimento), a suo tempo contattato da D’Andrea (che si era costituito invece parte civile ma il suo legale aveva rinunciato al mandato), «che poteva ottenere una grossa concessione».

Una riunione nello studio di Fogato: «Fonn chiese 100 mila euro per rilasciarla, metà avrei dovuto corrisponderli io, metà D’Andrea. Lui disse sì subito, io concordai di versarli in tre tranche».

A seguito di queste dichiarazioni, l’ordinanza dei giudici, secondo i quali «emergono a carico dei testimoni indizi di reità in relazione al reato di corruzione». Gli imprenditori «hanno riferito di essere pervenuti a un accordo col pubblico ufficiale Fonn e col progettista Fogato» per l’acquisto di un progetto per l’estrazione di ghiaia «con la garanzia di una sua approvazione» senza avere accennato «ad alcuna condizione di inferiorità durante la trattativa».

Nessuna costrizione, quindi, ma un tacito accordo, che sposterebbe lo scenario dalla concussione alla corruzione? I giudici non hanno inviato gli atti alla procura per indagare i due imprenditori; li ha invitati a ricomparire con l’avvocato, il 27 gennaio 2015, dopodiché valuteranno le dichiarazioni che forniranno. A seguito delle stesse, il processo potrebbe mutare ed allargare la platea degli imputati, o rientrare nell’alveo in cui era stato incanalato.

Ieri, peraltro, è stato sentito anche l’imprenditore di San Biago di Callalta Francesco Coletto, titolare di Adria Strade, che aveva rilevato il progetto dalla Decumana srl degli imprenditori pordenonesi: «Ero stato invitato a un incontro – ha detto – ma intuii che non erano state pagate le parcelle di Fogato. Emersero discorsi di scambi di denaro tra diversi soggetti, ma non era cosa che mi riguardava».

Nel processo la Regione si è costituita parte civile con l’avvocato Mauro Cossina.

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