Svuotò la Fondazione Peresson 4 anni e mezzo all’ex bancario

È stato condannato per il furto di circa un milione di euro alla onlus di assistenza La difesa annuncia ricorso: «Fece tutto sua moglie, era malata di shopping»
ANTEPRIMA UDINE GENNAIO 2002 TRIBUNALE NUOVO TELEFOTO COPYRIGHT FOTO AGENCY ANTEPRIMA
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«Nella coppia, era lui l’elemento forte. Sua l’ideazione del depauperamento della fondazione e sua anche, una volta scoperti, la predisposizione di una linea difensiva comune. La moglie, così aveva architettato, avrebbe dovuto presentarlo come la “povera vittima innocente” del proprio shopping compulsivo. La verità è che dei soldi che lei aveva il compito materiale di accreditare sul conto di lui, mediante bonifici, beneficiavano entrambi, spendendoli in abiti costosi, belle auto e viaggi in località alla moda». Era stata una requisitoria senza sconti, neppure in termini di concessione delle circostanze attenuanti generiche, quella con cui il pm Letizia Puppa, lo scorso 2 aprile, aveva chiesto la condanna di Pierino De Nardo, 63 anni, all’epoca dei fatti contestati residente a Villa Primavera e dipendente di Unicredit, oltre che consigliere d’amministrazione della “Fondazione Leda e Renato Peresson”. E cioè della onlus cui, quale incaricato della gestione del patrimonio, aveva consigliato di trasferire i beni alla Deutsche Bank spa. La banca in cui lavorava sua moglie Cinzia Ferrante.

Ieri, la sentenza del giudice monocratico di Udine, Carlotta Silva, ha accolto quasi integralmente la ricostruzione accusatoria, infliggendo all’imputato 4 anni e 6 mesi di reclusione per il furto aggravato del 1.075.730,60 euro di cui la fondazione, nel 2014, denunciò la sparizione. Ammanco di cui la coppia, in solido con la stessa Deutsche Bank, a sua volta ritenuta «negligente e imprudente» dal giudice civile, è stata peraltro già condannata a risarcire con sentenza emessa nell’inverno del 2017 e prontamente impugnata (l’udienza in appello sarà celebrata il 20 giugno). L’unica concessione rispetto alle richieste della Procura riguarda l’ulteriore ipotesi di reato dell’accesso abusivo a sistema informatico, dalla quale il giudice penale ha assolto De Nardo «per non aver commesso il fatto». Quanto all’accusa di falsità in scrittura privata, il verdetto non poteva che essere pure assolutorio, non essendo più il fatto previsto dalla legge come reato. Soddisfatte anche le richieste delle parti civili, la fondazione e la banca, costituitesi rispettivamente con l’avvocato Valerio Toneatto e con lo studio legale Schiaffino, cui è stato riconosciuto il risarcimento dei danni morali nella misura di 5 mila euro l’una.

È invece un esito che l’avvocato Giorgio Terranova, subentrato a processo in corso, non intende accettare e che sarà impugnato, «nella convinzione di avere gli elementi per riproporre l’estraneità del mio cliente». De Nardo «non è più colpevole degli altri soggetti che in questo processo erano grottescamente presenti come parte civile – ha detto il legale –. Parliamo del furto di beni commessi nell’arco di due anni (tra l’agosto 2012 e il maggio 2014, ndr), senza che le figure deputate a impedirlo abbiano mosso un dito in termini di controlli. Tutto è avvenuto nella totale inerzia da parte della banca – aveva sostenuto il 30 aprile, concludendo per l’assoluzione – e senza che la ragioniera della fondazione, domiciliataria delle comunicazioni, abbia mai aperto un solo conto corrente». Eppure, un responsabile c’è e per trovarlo, secondo l’avvocato Terranova, bisogna leggere il patteggiamento a 2 anni di reclusione con cui, nel febbraio 2016, Cinzia Ferrante decise di chiudere la vicenda giudiziaria che l’aveva travolta al pari del marito. «Fu lei a fare tutto – sostiene il legale – e la sua fu un’azione nichilistica: volta all’autodistruzione. Era malata di shopping e la sua patologia è stata certificata dal professor Giuseppe Sartori. Agiva sulla base di impulsi incontrollabili e questo esclude qualsiasi tipo di piano concordato con il marito».

Costituita a Udine, con l’eredità lasciata dalla famiglia, originaria di Vito d’Asio, la Fondazione “Leda e Renato Peresson” aveva come finalità il sostegno di opere di assistenza ad anziani e indigenti. De Nardo era entrato nel cda con nomina della Provincia di Pordenone ed era stato incaricato di seguirne la parte finanziaria. Fu su sua proposta, in forza di un verbale ritenuto falsificato, che il patrimonio fu trasferito alla Deutsche. Finché, scoperto il trucco e venuti meno gli agi di cui si erano circondati, non poterono fare altro che dimettersi entrambi dai rispettivi posti di lavoro. «Avrei potuto patteggiare anch’io – ha detto De Nardo durante le spontanee dichiarazioni –, ma non lo feci, per dimostrare che non sono colpevole. Intanto, però, è con i soldi della mia liquidazione che mia moglie ha potuto risarcire i suoi debiti». —



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