Sugimoto domina il tempo con la sua arte fotografica
Grandi ritratti inseriti nella residenza dogale
Tra immagini iper realiste e altre votate all'astrazione
Vecchi personaggi e antichi panoramiche sembrano vivere nel presente
Napoleone torna nella camera in cui ha dormito due secoli fa
Tra immagini iper realiste e altre votate all'astrazione
Vecchi personaggi e antichi panoramiche sembrano vivere nel presente
Napoleone torna nella camera in cui ha dormito due secoli fa
Quella del giapponese Hiroshi Sugimoto, realizzata dal Centro d'Arte Contemporanea di Villa Manin e visitabile fino al 30 settembre, è una mostra bellissima. Non lo si dice mai in modo così esplicito, ma in questo caso appare evidente dal primo impatto, e non si può fare altro che confermarlo anche dopo un'approfondita riflessione, sia sull'identità della mostra sia sulla scelta d'inserirla nella complessiva programmazione del Centro di Passariano. A quest'ultimo proposito, infatti, emerge una riflessione doverosa: la mostra di Sugimoto è la prima personale dopo una serie di collettive aperte alla diversità linguistica, poetica e geografica dell'arte contemporanea internazionale.
Certo non è possibile asserire che una mostra personale sia più interessante di una mostra collettiva, o viceversa. Sono semplicemente due cose diverse: la prima entra nel vivo di un singolo percorso creativo, ne sviscera la grammatica interna e restituisce al meglio l'identità culturale e umana dell'artista in questione; la collettiva, invece, è una coralità a più voci, unite dalla bacchetta del direttore d'orchestra, ossia del curatore, che attraverso la mostra esprime un suo punto di vista critico, sull'arte, sulla vita, sul sociale...
La scelta di una di queste due tipologie di mostra chiama in causa due diverse modalità di comunicazione dell'arte nei confronti del pubblico: la personale propone un'immersione più profonda nell'ideazione creativa, ma limita l'orizzonte a un unico percorso, che rischia di restare sospeso, per un pubblico di non addetti ai lavori; la collettiva allarga l'orizzonte sulla ricerca artistica contemporanea, ma limita la comprensione di ogni singolo lavoro, perché sradicato dalla complessità di ricerca del suo autore. A fronte di tali differenze appare assolutamente fondata la scelta del Centro di Villa Manin di sensibilizzare il pubblico a una conoscenza orizzontale dell'arte contemporanea internazionale, per poi giungere, dopo una serie di collettive, a questa prima importante mostra personale. E di averlo fatto scegliendo un artista capace di proporre un dialogo a più livelli, tanto da accogliere e sviscerare, nel percorso artistico individuale, la storia antropologica, la storia della natura e della cultura dell'umanità intera, così da aprire anche alla orizzontalità una mostra votata all'affondo, quindi alla verticalità entro la ricerca individuale.
«Hiroshi Sugimoto è il biografo del tempo», scrive Francesco Bonami in catalogo. Biografando il tempo, catturandolo, fermandolo e inscrivendolo in un'unica storia, in un unico percorso - quello della sua ricerca artistica - Sugimoto lo traduce in un ideale formalismo spiralico, capace di contenere, in una sorta di mutamento perpetuo, tutte le sue pieghe, tutti i suoi aspetti. Così facendo, l'artista annulla il ritmo stesso della temporalità, costituito da un passato, da un presente e da un futuro, per ricostituirlo, quel ritmo, sotto forma d'istante eterno. La forza di questo istante nasce dal fatto che si presenta come entità autonoma, non come immagine storica assorbita, criticata, plasmata dallo sguardo contemporaneo, bensì come immagine restituita allo sguardo di uomini, animali e cose appartenenti a quella stesa esperienza passata.
È come se Sugimoto avesse accettato di calarsi nelle storie, nelle menti, negli sguardi dei trascorsi antropologici, naturalistici e culturali presi in considerazione, per ricostruirne le memorie, i ricordi, le improbabili e ideali fotografie di allora. Si tratta di un processo assolutamente complesso e difficile, che forse solo un artista orientale - intriso di una cultura avulsa dalle nette contrapposizioni polari e votata, invece, al dialogo e al reciproco scambio tra forze positive e negative - poteva mettere in scena.
E la mostra di Villa Manin è una vera e propria "messa in scena", perché le cinquanta opere fotografiche e le due sculture presentate sono state trattate come fossero dei "personaggi" atti ad abitare le sale della Villa e, come tali, quella Villa l'hanno risistemata. Nell'allestimento, concepito dallo stesso Sugimoto, infatti, sono state scoperte le pareti e gli affreschi della residenza dogale, per riconsegnarcela nel suo splendore originale. Tolte le pannellature, le grandi fotografie dell'artista giapponese sono state collocate su appositi cavalletti, come fossero dei quadri. Cavalletti grandi, ma discreti, che nulla tolgono o aggiungono alla Villa, se non delle sorte di "sedute" per questi nuovi "personaggi".
E qui, innanzi a loro, dopo quest'immagine d'insieme dell'allestimento, inizia il vero viaggio d'immersione nel tempo, a ridosso di diverse serie fotografiche che toccano tutte le tematiche del suo lavoro, dai primi Dioramas del 1975 fino agli inediti Lightning Field e Talbot del 2006, che essenzializzano ancor di più la valenza minimalista e concettuale del suo linguaggio.
Un linguaggio che, proprio a ridosso del perseverante dialogo fra Yin e Yang della filosofia orientale, contiene immagini iperrealiste e immagini votate all'astrazione così come immagini che, nella loro valenza fenomenica, capaci quindi di restituire il vero, aprono un varco al silenzio, al vuoto, al nulla quale sinonimo d'infinità d'accadimenti, d'infinità d'immagini.
Penso per esempio, in tal senso, alla serie Theaters, dove le architetture interne dei teatri americani degli anni '20-30 e dwi drive-in degli anni '50-60 affiorano dall'oscurità proprio grazie al rettangolo bianco dello schermo cinematografico. In quel rettangolo scorre tutta la pellicola del film, così come tutte le immagini di Sugimoto entrano nello spazio dell'opera attraverso lunghissimi tempi di esposizione della pellicola fotografica, in un dilatato tempo di dialogo con i soggetti effigiati.
Soggetti di cera, come quelli della serie Portraits, che però vengono restituiti come fossero personaggi veri in posa innanzi a un pittore. Un pittore che intinge il pennello nella luce e nell'oscurità, con la medesima intensità di saturazione, senza escludere un'infinità di passaggi di grigi. Da Papa Giovanni Paolo II, che sembra indicarci la strada all'inizio della mostra, a Lady Diana, a Enrico VIII con le sue sei moglie, in una sorta di riunione di famiglia nel salone centrale, fino a Napoleone, ritornato nella "sua" stanza da letto a Villa Manin, la personale di Sugimoto ci conduce poi ai Dioramas, che fanno rivivere i diorami presenti nei musei di storia naturale, restituendo specie animali e ambienti preistorici più veri del vero: di primo acchito non si capisce se sono disegni, o fotografie, ma in ogni caso si percepisce uno "sguardo storico", teso fra il vero e l'immaginario, la cui somma non conduce alla sfera della memoria, perché ricordare significa esserci stati.
La forza di questi lavori, infatti, è data proprio dalla capacità di Sugimoto di ricreare lo sguardo di coloro che hanno vissuto la realtà di quelle immagini e che ora non ci sono più. Il limite fra la presenza e l'assenza, fra la fenomenologia della realtà e l'astrazione della dimensione temporale, che nel vuoto e nel nulla inghiotte e contiene l'infinità di accadimenti storici, è incarnato nella serie dei Seascapes, dove il cielo piatto, grigio chiaro o nero, è diviso dal mare, leggermente tracciato dall'increspatura delle onde, o anch'esso inghiottito nella saturazione dell'oscurità.
Un suggestivo affondo nella valenza concettuale - affrontata a ridosso delle relazione fra creazione artistica, tecnica e scienza, fra purezza formale e astrazione matematica - caratterizza le Conceptual Forms che, oltre alle fotografie, comprendono anche le due sculture il cui andamento spiralico sembra essenzializzare quell'idea di un'evoluzione contenitiva alla quale accennavo prima.
Ed è proprio alla trascrizione di quest'idea che Sugimoto affida la chiusura della mostra, con la serie intitolata Talbot. Fotografando i negativi di William Henry Fox Talbot, traducendoli in positivi, virati a colori, l'artista giapponese continua il processo della scoperta fotografica costruendo un ponte che contiene tutta la storia di questo mezzo di riproduzione, e riportandolo a quella valenza pittorica che ai suoi albori lo poneva come nuovo strumento di pittura in cui la luce sostituiva il pennello. Così facendo, alla fine del percorso espositivo Sugimoto ci offre un'ulteriore chiave di lettura della sua opera, in cui la valenza simbolica e l'azione chimica della luce, unita alla riflessione filosofica sull'essenza della temporalità, tracciano il passo di una biografia tesa fra antropologia, natura e cultura.
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