Smart working: lavorare da casa diventa un diritto

Novara - smart working - coronavirus - foto Paolo Migliavacca/Ciost (smtpsrvsdp) Immagine _PM_5725 da UBEBOC host smtpsrvsdp @autore UBEBOC
Novara - smart working - coronavirus - foto Paolo Migliavacca/Ciost (smtpsrvsdp) Immagine _PM_5725 da UBEBOC host smtpsrvsdp @autore UBEBOC


All’inizio sembrava un’impresa impossibile. Ma l’emergenza ha fatto superare gli annosi ostacoli del digital divide e costretto le aziende e i loro dipendenti, così come enti pubblici e impiegati, a cambiare ritmi e abitudini in poche settimane. Più che una trasformazione è stata una rivoluzione. E ora nulla tornerà come prima. Perché lo smart working è già una realtà e sarà una certezza anche per il futuro. Di più: sarà un diritto, almeno per i lavoratori che hanno un figlio più piccolo di 14 anni. Nel decreto se ne parla più di una volta e dai primi studi sembra che la novità finirà per interessare non meno di 6 milioni di persone. Una proiezione che triplica il numero di persone che hanno beneficiato del lavoro agile nel periodo del lockdown.

Lo smart working, secondo studi e sondaggi, è una novità gradita da tanti lavoratori, ma sarà un vantaggio anche per le aziende. Soprattutto quelle che non hanno gli spazi per garantire le distanze di sicurezza. Orari più flessibili e turni di lavoro meno rigidi, in tanti casi, consentiranno a tante aziende di offrire più servizi ai clienti o di prolungare le ore di attività.

Qualche paletto comunque ci sarà: per beneficiare del diritto di spostare l’ufficio a casa è necessario che nello stesso nucleo familiare non ci sia un altro componente che beneficia di altri strumenti di sostegno al reddito e che non vi sia un genitore non lavoratore.

Sullo smart working comunque suonano già due campanelli d’allarme. Il primo è quello lanciato da Maurizia Iachino, presidente di “FuoriQuota”, un’associazione fondata nel 2011 che riunisce donne “influencer” e talenti, nonché componente della task force per la ripresa: «Il lavoro agile sia asessuato». Il messaggio è chiaro: non si usi la scusa dello smart working per mandare a casa le donne. «L’obiettivo – sottolinea Maurizia Iachino – deve essere quello di rilanciare l'Italia senza lasciare indietro nessuno».

L’altra preoccupazione è quella del Garante della privacy, Antonello Soro: «Il diffuso ricorso allo smart working ha catapultato una quota significativa della popolazione in una dimensione di cui va impedito ogni uso improprio». Il concetto che sta a cuore all’Authority è quello del «diritto alla disconnessione», perché il lavoro da casa non diventi a ritmo continuo. Ma c’è anche un altro timore: «Il ricorso intensivo alle nuove tecnologie -avverte il Garante- non può rappresentare l’occasione per il monitoraggio sistematico del lavoratore». In molte delle più grandi aziende italiane, effettivamente, circa il 50 per cento dei dipendenti lavora a distanza. E la rivoluzione dello smart working interesserà anche il settore dell’editoria. Per questo nella manovra sono stati previsti finanziamenti specifici. «In questa emergenza - ha sottolineato il sottosegretario all’Editoria, Andrea Martella - i media sono stati servizio pubblico essenziale. L’accesso ai vari siti e canali digitali è stato enorme e per questo abbiamo previsto un credito d’imposta a favore del digitale, risorse a disposizione dello smart working e la dotazione tecnologica, che riguarda non solo i giornali che hanno testate digitali ma anche quelle che funzionano solo online».

Anche fuori dall’Italia il ricorso al lavoro agile è sempre più diffuso e proprio ieri Twitter ha annunciato che tutti i suoi dipendenti potranno sceglierlo.

E sempre attraverso i social, ieri più di 1.600 persone hanno partecipato a un sondaggio sulla pagina Facebook de La Stampa. Il risultato dice che il 54% dei lettori vorrebbe non tornare in ufficio neanche alla fine dell’emergenza. —


 

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