Seconda ondata, a che punto siamo? «Abbiamo nuove armi contro il virus ma non possiamo abbassare la guardia»

UDINE. L’epidemia avanza, anche in Friuli Venezia Giulia, quindi la guardia deve restare alta. Rispetto all’inizio dell’anno oggi di Sars-CoV-2 i medici ne sanno di più, «ma non abbiamo ancora compreso, al 100%, la patogenesi del Covid-19», avverte il direttore della Clinica di malattie infettive dell’AsuFc, Carlo Tascini. È anche vero, però, che rispetto agli esordi della pandemia, ci sono alcune “armi” che si possono mettere in campo per contrastare quel processo infiammatorio così devastante che viene attivato dal nuovo coronavirus. In attesa di ulteriori studi su nuovi farmaci e in attesa, ovviamente, di un vaccino. In questa intervista Tascini ricorda come le persone anziane, quelle sofferenti di più patologie, gli obesi, i diabetici, gli ipertesi, sono alcune delle categorie più a rischio di ammalarsi in maniera severa, e vanno quindi maggiormente protetti.
Professore, partendo dall’inizio: la prima percezione che abbiamo avuto di questo coronavirus era che il contagio fosse mortale. Una diagnosi di Covid-19 sembrava corrispondere ad una condanna a morte...
«Una percezione errata. È vero che registravamo una mortalità elevata ma non avevamo contezza del numero reale dei contagi. Oggi sappiamo, grazie alla tracciatura a tappeto portata a termine in alcuni paesi in cui la positività sierologia riguarda il 50% della popolazione, che la mortalità si attesta attorno al 2%. E’ senz’altro vero che, nella scorsa primavera, l’elevato numero di casi, e la loro gravità era elevato, tanto da impattare pesantemente sul sistema sanitario».
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Il numero dei contagi continua a crescere in modo sensibile anche in Fvg, aumentano i ricoveri ordinari e in terapia intensiva, sia pure ma non come in primavera. Può essere perché il virus è meno pericoloso?
«I virus mutano per adattarsi all’ospite, ma non credo si possa affermare scientificamente e con certezza che Sars-Cov-2 è oggi meno pericoloso rispetto a 8 mesi fa».
È cambiato qualcosa nell’individuazione dei soggetti a maggiore rischio di contrarre Covid-19 in forma grave?
«Le persone anziane restano i soggetti più a rischio di ammalarsi in maniera severa, i maschi più delle femmine, le persone in sovrappeso, gli ipertesi, i diabetici».
Il virus predilige altri organi oltre, ovviamente, ai polmoni?
«Il virus blocca la proteina ACE2, che è un enzima il cui corretto funzionamento protegge dalle infiammazioni diversi organi, dai polmoni all’intestino al cuore. Possiamo dire che Covid-19 è una malattia sistemica, anche se l’organo maggiormente colpito è il polmone».
Venendo alle cure, esiste una terapia antivirale specifica per l’infezione da Sars-CoV-2?
«L’unica terapia che oggi sembra avere un impatto sulla riduzione della mortalità è la somministrazione di cortisone a basse dosi. Non è però una terapia che si avvia subito, alla diagnosi di Covid-19, ma dopo 7 giorni dall’inizio dei sintomi e nei pazienti che hanno bisogno di ossigeno».
Perché?
«La malattia si sviluppa su più fasi, la prima, che dura circa 7/10 giorni, è quella in cui il virus si replica. La seconda fase è rappresentata dalla risposta infiammatoria dell’organismo, dove i casi possono diventare più gravi e peggiorare. In questa fase la terapia prevede la somministrazione di cortisonici e antinfiammatori, in caso contrario non sortirebbe l’effetto voluto. Quindi la risposta farmacologica ci deve essere ma al momento giusto».
Altri farmaci?
«Alcuni, come l’idrossiclorochina, utilizzato nella prima fase dell’epidemia, ora viene somministrato solo nell’ambito di studi clinici e sperimentali. Il remdesivir, il primo farmaco antivirale ad aver ottenuto l’autorizzazione dall’Agenzia europea dei medicinali, si è dimostrato efficace nella prima fase della malattia; non impatta però sulla riduzione della mortalità ma nella riduzione dei sintomi».
Molto risalto si era dato al plasma iperimmune.
«Il trattamento consiste nell’utilizzare il plasma dei pazienti guariti da Covid-19 - ricco di anticorpi - contro il coronavirus. Studi sulla reale efficacia sono ancora in corso, resta una possibilità in attesa dello sviluppo degli anticorpi monoclonali».
Che fa una persona positiva al virus oggi?
«Resta a domicilio e contrasta la febbre con antipiretici; dovessero comparire sintomi respiratori importanti allora scatta il ricovero».
Perché l’evoluzione della patologia può essere così diversa? In sostanza perché alcuni restano asintomatici, altri diventano sintomatici ma lievi, e altri ancora si ammalano seriamente?
«I fattori possono essere i più diversi e, ad oggi, non abbiamo ancora compreso al 100% la patogenesi del Covid 19. Un nostro studio recente ha evidenziato come il tasso di ricoveri di fumatori è più basso rispetto ai non fumatori. Questo ovviamente non vuol dire che consigliamo di fumare, ma è uno spunto interessante per esaminare la nicotina dal punto di vista della profilassi».
E naturalmente restiamo in attesa del vaccino...
«Speriamo arrivi e arrivi presto, al termine delle necessarie sperimentazioni. Le tappe possono essere bruciate ma sempre in sicurezza».
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