Ricercato, vola ai Caraibi A processo chi favorì la fuga

Scappò a Santo Domingo usando una falsa identità per sottrarsi a un mandato di cattura internazionale, a seguito di una condanna definitiva per bancarotta a 5 anni, 9 mesi e 20 giorni di reclusione.

Il 2 ottobre 2014 a Bavaro, nel distretto di Punta Cana Amato Lorenzo Ramondetti, 76 anni, ex cogestore di hotel di lusso (fra i quali il San Clemente di Venezia) fu arrestato dalla guardia di finanza di Torino: a tradirlo una telefonata a un familiare. Nel 2003, a Rimini, era stato premiato come albergatore dell’anno.

Ieri, dinanzi al giudice monocratico Piera Binotto, è cominciato il processo a due conoscenti di Ramondetti, padre e figlio: Alvise Trevisan, 73 anni, nativo di Fontanadredda e Enea Angelo Trevisan, 50 anni, di Pordenone. Gli imputati, difesi rispettivamente dagli avvocati Fabiana Francini e Fulvio Gianaria del foro di Torino, sono accusati di favoreggiamento personale. Al solo Alvise Trevisan viene contestata anche una ipotesi di falso.

La procura ritiene che padre e figlio abbiano aiutato Ramondetti a sottrarsi alle ricerche dell’autorità e a scappare ai Caraibi con false generalità e prenotazioni sotto falso nome. Il pm Monica Carraturo ha contestato al padre di aver denunciato falsamente lo smarrimento del passaporto e della patente di guida e di averli invece consegnati, tramite una terza persona, a Ramondetti. Da qui l’ulteriore contestazione al padre di false attestazioni a pubblico ufficiale.

L’ex imprenditore alberghiero avrebbe viaggiato, secondo l’accusa, con il passaporto del quasi coetaneo Trevisan, facendosi passare per lui. Lo avrebbe accompagnato a bordo dell’aereo il figlio di Trevisan, da Barcellona a Madrid e dallo scalo intermedio fino a Santo Domingo. Al pm risulta che i costi del viaggio siano stati sostenuti da Enea Angelo Trevisan.

Stando all’accusa la fuga sarebbe stata pianificata a Torino dall’amministratrice di alcune società ricondotte a Ramondetti (che è stata giudicata separatamente). Gli imputati hanno scelto di affrontare il dibattimento per dimostrare la loro estraneità. —

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