Regione "tripolare", ma il Porcellum spinse la sinistra alle politiche del 2013

Sono trascorsi cinque anni dall’ultima occasione in cui gli italiani furono chiamati alle urne per il Parlamento, ma nel nostro Paese – così come all’interno dei confini regionali – sembra essere passata, politicamente parlando, un’era geologica. Tre Governi dopo il voto del 24-25 febbraio 2013, sommati a una scissione a sinistra (con la nascita di Liberi e uguali), alla rinascita di un partito che sembrava defunto (leggasi Forza Italia), a una Lega che ha perso la dicitura Nord e punta al record storico di consensi oltre a un M5s che negli anni ha perso tutti i propri parlamentari locali, infatti, lo scenario con cui i friulani si apprestano a recarsi ai seggi è drasticamente mutato rispetto al recente passato.
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Ma anche queste elezioni Politiche, come le precedenti, portano con sé una sorta di dogma quantomai banale, ma tremendamente vero. I voti contano, certamente, ma sono le regole del gioco, le leggi elettorali a determinare il vincitore, non la semplice aritmetica.
Il Porcellum di Calderoli
Nell’analisi retrospettiva delle consultazioni di cinque anni fa, dunque, vale la pena ricordare con quale schema andò al voto il Paese. Per l’ultima volta, infatti, l’Italia si presentò alle urne con la legge elettorale pensata e scritta dal senatore leghista Roberto Calderoli nel 2005. Una norma che lui stesso, in seguito, avrebbe definito come «una porcata», da cui il nome Porcellum. La legge era, nei fatti, un proporzionale puro, composta da (lunghissimi) listini bloccati. L’elettore doveva e poteva barrare soltanto il simbolo del partito prescelto presente sulla scheda dove, invece, non apparivano nemmeno i nominativi dei candidati. Ogni movimento, quindi, eleggeva deputati e senatori proporzionalmente alla percentuale di voti ottenuti secondo un ordine di apparizione stabilito dalle segreterie dei partiti.
Attenzione, però, perché poi il Porcellum correggeva la sua proporzionalità pura con l’applicazione di un premio di maggioranza. Alla Camera la legge prevedeva come alla lista, oppure alla coalizione, che avesse ottenuto la maggioranza dei voti ma che non avesse conseguito almeno 340 seggi, fosse assegnata una quota ulteriore di deputati in modo da raggiungere questo numero. Per il Senato, invece, il Porcellum stabiliva come alla lista oppure alla coalizione che avesse ottenuto la maggioranza dei voti in una singola regione senza però conseguire il 55% dei seggi da questa assegnati, venisse sommata una fetta ulteriore di eletti, in modo da raggiungere tale quota. Quanto alle soglie di sbarramento, infine, questa era pari al 4% per la singola lista e al 10% per le coalizioni a Montecitorio, mentre all’8% – con il 20% per i gruppi –, a palazzo Madama.
I numeri in Fvg alla Camera
Le regole di ingaggio sovraesposte serviranno in seguito, per spiegare l’esito finale del confronto in Fvg. Prima di tutto, però, vanno ricordati i risultati tout court dell’ultimo weekend (lungo) di cinque anni or sono. Partiamo dalla Camera dove vinse (di un soffio) il centrodestra. La clamorosa rimonta su Pierluigi Bersani messa in atto da Silvio Berlusconi ebbe riflessi anche in Fvg. Il sostanziale pareggio ottenuto dal centrodestra a livello nazionale, infatti, si trasformò nella nostra regione addirittura in una lieve vittoria del centrodestra – poi vanificata a livello nazionale nell’attribuzione dei seggi dal margine dello 0,41% a favore dei progressisti – trainato dall’allora Popolo della Libertà.
Il partito del Cavaliere, infatti, raggranellò 134 mila 415 voti (pari al 18,65%), di fatto il triplo di quelli raccolti all’epoca dal secondo partito della coalizione e cioè la Lega Nord con 48 mila 461 preferenze complessive (6,72%): una realtà neanche lontanamente paragonabile a oggi con il Carroccio molto più forte del 2013. Tanto bastò, sommato alle altre liste minori, in ogni caso, per portare il centrodestra al 28,01% con 201 mila 865 voti complessivi.
Cioè 3 mila 700 in più del centrosinistra (27,50% e 198 mila 175 voti) cui non bastò l’ottima performance del Pd (24,72%, 178 mila 149) a compensare gli opachi risultati di Sinistra ecologia e libertà (2,46%, 17 mila 706) e del Centro Democratico (0,32%, 2 mila 320). Enorme, quindi, l’exploit del M5s – ma poco utile visto il già citato premio di maggioranza conquistato dal centrosinistra – che alla sua prima, vera, elezione di peso in Fvg arrivò al 27,23% dei consensi pari a 196 mila 218 voti – poco meno di 2 mila consensi in meno dell’intera alleanza progressista – diventano il primo partito della regione. Deludente, infine, il risultato della coalizione che supportava Mario Monti che si fermò al 12,88% e, quindi, a meno di 100 mila voti complessivi.
I numeri in Fvg al Senato
Archiviato il discorso su Montecitorio, diverso è il ragionamento sui numeri per palazzo Madama dove, e non è un particolare da poco se consideriamo i trend elettorali dal 1994 poi, votano soltanto i cittadini italiani che abbiano compiuto almeno il 25º anno di età. La situazione emersa alla Camera, qui, si era ribaltata. La prima coalizione, infatti, fu quella del centrosinistra. Il Pd, nel dettaglio, ottenne 178 mila 385 voti (dato sostanzialmente identico a quello dell’altro ramo del Parlamento) pari al 26,50% dei consensi che sommato ai risultati di Sinistra ecologia e libertà (16 mila 219 voti, 2,41%) e Centro Democratico (2 mila 578, 0,38%) portò la coalizione al 29,29% complessivo e a 197 mila 182 preferenze. Il centrosinistra, in questo caso, chiuse con quasi lo stesso margine di vantaggio – 3 mila e 300 contro 3 mila 700 – ottenuto dal centrodestra alla Camera.
La coalizione di Berlusconi, infatti, a palazzo Madama si fermò al 28,79%, frutto del 19,43% ottenuto dal Popolo della Libertà (130 mila 756 voti), del 6,91% della Lega Nord (46 mila 504), dell’1,80% di Fratelli d’Italia (12 mila 115) e dello 0,66% de La Destra (4 mila 432). Insomma, mancò la maggioranza di un soffio pagando uno scotto notevole a livello di eletti visto il già citato meccanismo del premio di maggioranza al Senato su scala regionale. Ottima anche in questo caso – ma non del tutto utile sempre in virtù dei meccanismi del Rosatellum – la performance del M5s. I grillini, nonostante la penalizzazione legata al voto “over 25”, chiusero infatti alla più che soddisfacente quota del 25,47% raccogliendo 171 mila 429 voti.
Gli eletti e il loro destino
Tenendo in considerazione tutti i meccanismi di elezione – dalle soglie di sbarramento nazionali e regionali fino al premio di maggioranza –, i dati emersi premiarono, nettamente, il Pd con una pattuglia alla Camera di ben sei eletti. Volò a Montecitorio da capolista Gianna Malisani – all’epoca seconda alle primarie interne dem e oggi non ricandidata –, seguita da Giorgio Zanin – in corsa all’uninominale di Pordenone –, Ettore Rosato – diventato uno degli uomini più potenti del partito e capolista alla Camera –, Giorgio Brandolin – ricandidato nel collegio di Gorizia –, Tamara Blazina – non in elenco nel 2018 – e Paolo Coppola – finito questa volta soltanto terzo nel listino – a completare il cerchio.
La rinuncia all’elezione in Fvg di Nichi Vendola, quindi, valse il pass per Roma a Serena Pellegrino – attualmente capolista al Senato e in corsa pure all’uninominale di Trieste e Gorizia per Liberi e uguali – in quota Sinistra ecologia e libertà, mentre la Lega Nord dovette accontentarsi del solo Massimiliano Fedriga – al vertice del listino anche per la consultazione di oggi – e Forza Italia di Sandra Savino – attuale capolista e pure candidata nel collegio di Codroipo –, visto che Manuela Di Centa venne beffata dal calcolo dei resti su scala nazionale. E se il M5s elesse Walter Rizzetto – che però oggi corre con Fratelli d’Italia come numero uno del proporzionale – e Aris Prodani – non ricandidato da nessuno dopo aver lasciato il partito di Beppe Grillo –, Scelta Civica mandò a Roma Gian Luigi Gigli il quale, però, chiuderà la sua avventura parlamentare dopo una sola legislatura.
Pieno di eletti dem, quindi, anche al Senato con quattro eletti su sette totali a disposizione del Fvg. Dalla regione alla capitale, infatti, “volarono” Francesco Russo – oggi non più in lista – Isabella De Monte – attuale europarlamentare e candidata all’uninominale per palazzo Madama di Udine e Pordenone che in corso d’opera lasciò il posto a Laura Fasiolo –, Carlo Pegorer – nel frattempo transitato in Liberi e uguali, numero due del listino alla Camera e in corsa nel collegio di Codroipo – e Lodovico Sonego, anche lui passato con il gruppo di Piero Grasso ma non in campo in questa elezione. In quota Scelta Civica, prima di ritornare tra i dem e scegliere di non ripresentarsi a queste Politiche, venne invece eletto Alessandro Maran, mentre Bernabò Bocca fu l’unico senatore di Forza Italia. Un autentico “visitor”, mai visto in Fvg e non ricandidato.
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