Quella lezione dimenticata e irripetibile

PORDENONE. Il modello Friuli «riconosciuto e irripetibile», un’esperienza di coesione sociale e di rigore «che probabilmente non si potrebbe più replicare oggi, perché tutto è cambiato anche i friulani».
Giuseppe Ragogna, vicedirettore del Messaggero Veneto, ha inaugurato l’anno accademico dell’Università della terza età con una lezione appassionata e multimediale – con riflessioni intervallate a brevi filmati dell’epoca – sulla ricostruzione del sisma del ’76.
Una lezione che, attraverso le voci dei protagonisti di allora, ha fatto rivivere a una sala gremita – in prima fila il vescovo monsignor Giuseppe Pellegrini, l’assessore regionale Paolo Panontin, l’assessore comunale alla cultura Pietro Tropeano, il presidente della fondazione Crup Lionello D’Agostini, il vice Gianfranco Favaro, il direttore della Casa dello studente don Luciano Padovese, e tra il pubblico l’ex sindaco Claudio Pedrotti – la paura di una natura incontrollabile, la disperazione per le vittime e la perdita di case e fabbriche, ma anche la caparbietà e il senso di comunità che accompagnò la ricostruzione.
Dalla vita nelle tendopoli alla ricostruzione delle fabbriche e delle case, ogni passo fu accompagnato dalla partecipazione diretta dei cittadini. Nel citare padre Turoldo, come interprete del Friuli di quegli anni, Ragogna ha fatto riferimento in particolare alla partecipazione.
«Il Friuli è rinato - ha detto - perché lo hanno voluto, seppur tra molte baruffe, i cittadini. Allora si decideva assieme. Un mondo ben diverso da quello dei social dove ogni dibattito diventa una lotta tra tifoserie. E lo dico da fruitore dei social, ma bisogna utilizzarli come uno strumento».
E se realtà è fuori, è «guardarsi negli occhi», va superato anche un altro scoglio, quel «noi che è passato in seconda linea rispetto a tanti io segnati da egoismo e rabbia».

Nulla a che fare con una società che era diversa anche nella politica: dal presidente della Regione Comelli al commissario Zamberletti, «mai promesse fuori luogo. Oggi quegli uomini politici sarebbero considerati «orsi da allontanare» e invece furono un esempio di «una politica senza casacca di partito se non quello del Friuli per il Friuli».
La ricostruzione che avvenne grazie a una delegazione di poteri dallo Stato alla Regione e poi dalla Regione ai Comuni, «non è nulla di straordinario: è l’applicazione dell’articolo 5 della Costituzione. Purtroppo di decentramento non si parla più, di federalismo, da quando è andato in pensione Bossi – ha ironizzato Ragogna –, nemmeno. La Regione, è questa la mia opinione, dovrebbe invece declinarlo se vuole continuare a essere davvero speciale. Nelle riforme chiave, caro assessore – ha detto rivolgendosi a Panontin –, i sindaci dovrebbero essere sempre protagonisti».
Dalla lezione della ricostruzione emerge «che il fasin de bessoi non è la via», ma anche che «la storia gira per tutti. “Il Friuli ringrazia ma non dimentica” c’era scritto sui muri. E chi non dimentica? Chi ha bisogno. Sulle paure non si cresce, magari si prendono voti» ha aggiunto riferendosi all’emergenza profughi.
«Se siamo tutti d’accordo sul fatto che non si può vivere in emergenza, e la situazione si gestisce anche mettendo a lavorare i migranti, è altrettanto vero che servono piani di gestione veri, che non dimentichino di accogliere, che questa è una città che ha nel suo stemma le porte aperte sul fiume».
E ancora: «Eravamo una terra di confine, oggi i confini non ci sono più e siamo liberi. Il crollo dei muri ha liberato energie ed opportunità: se non le cogliamo noi per le nostre paure le coglieranno altri. Siamo da sempre terra di relazioni, sfruttiamo queste capacità per costruire il futuro».
Ragogna ha voluto lanciare anche delle provocazioni che guardino oltre il giardino di casa nostra. «La ricostruzione del Friuli è durata dieci anni, senza uno scandalo, ed è costata 5 miliardi. Lo Stato, con le accise, ne ha raccolti 18: perché non destinare il resto dei soldi per consolidare il patrimonio immobiliare del Paese? I terremoti non si possono prevedere ma buone costruzioni possono aiutarci Usiamoli per mettere in sicurezza i borghi materiali e il nostro patrimonio artistico: è la bellezza la ricchezza dell’Italia».
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