Quel grido dal Cairo: «Siamo tutti Giulio»

La morte di Regeni, preghiera all’ospedale italiano in ricordo dello studente. Tra i presenti l’ambasciatore Massari e l’amica del cuore
epa05142743 Egyptian soldiers stand in front of a morgue, where the body of Italian student Giulio Regeni was brought, in Cairo, Egypt, 04 February 2016. Reports state the body of Italian student Giulio Regeni, who had gone missing in Cairo last week, has signs of torture on it. Regeni was found on the highway in the Cairo suburbs of Giza almost naked with signs of beatings and bruises all over his body. Regeni, a student at Britain's Cambridge University, was reported missing by the Italian embassy in Cairo on January 25 after he had left the house of a friend in downtown Cairo. EPA/MOHAMED HOSSAM
epa05142743 Egyptian soldiers stand in front of a morgue, where the body of Italian student Giulio Regeni was brought, in Cairo, Egypt, 04 February 2016. Reports state the body of Italian student Giulio Regeni, who had gone missing in Cairo last week, has signs of torture on it. Regeni was found on the highway in the Cairo suburbs of Giza almost naked with signs of beatings and bruises all over his body. Regeni, a student at Britain's Cambridge University, was reported missing by the Italian embassy in Cairo on January 25 after he had left the house of a friend in downtown Cairo. EPA/MOHAMED HOSSAM

UDINE. Il composto dolore di una madre con le mani sul cadavere di un figlio, che ha il viso coperto da un sudario perché sfigurato dalle torture. La commozione evidente di un’amica che non riesce a trattenere le lacrime. Sono le immagini che arrivano dal Cairo, dopo un incontro di preghiera in suffragio di Giulio Regeni, che si è svolto ieri, a porte chiuse, nell’ospedale italiano Umberto I.

La chiesetta dell’ospedale – è il racconto dell’Ansa – era gremita da meno di cento persone, quasi tutti funzionari d’ambasciata, dipendenti della struttura e una decina di amici.

La salma, completamente coperta da un lenzuolo bianco su cui erano stati adagiati dei fiori, è rimasta nell’obitorio adiacente, dove la madre del ricercatore friulano, Paola Deffendi, ha tenuto a lungo le mani sopra il corpo senza vita del primogenito. Il dolore dei genitori Paola e Claudio, ha detto un testimone, era «compostissimo».

C’era anche Noura Wahby, la migliore amica dello studente, la prima a lanciare l’appello dopo appena cinque ore durante le quali non aveva più avuto notizie dell’amico.

Lei che ha inviato tweet e post su Facebook dal 25 gennaio – giorno in cui il dottorando è scomparso – fino mercoledì, giornata del tragico ritrovamento del corpo senza vita di Regeni, e che dalla morte del suo compagno di studi si è disconnessa con il mondo, chiudendo ogni canale social. Ieri ha voluto salutare il ragazzo e chi è riuscito a incontrarla descrive una giovane visibilmente commossa e scossa.

Accanto ai genitori al primo dei banchi della chiesa, c’erano l’ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari, con la consorte. Il diplomatico ha pronunciato un breve discorso in cui fra l’altro ha anche detto: «Siamo tutti Giulio».

La salma era coperta fin sopra il volto perché, come rivelato da media egiziani citando più o meno direttamente la prima perizia medico-legale, allo studente friulano è stato tagliato il naso e una parte di orecchio. Giulio Regeni è morto per i molti colpi ricevuti in testa, che gli hanno fracassato il cranio.

Sul corpo del giovane, che ieri sera è stato trasferito all’aeroporto del Cairo perché stamattina farà ritorno in Italia, ci sono anche poi tracce di sevizie, tagli e bruciature di sigarette. Un delitto che, nonostante il fermo di due sospettai annunciato ieri sera dal Cairo, resta avvolto nell’ombra.

Le passioni vanno conosciute, approfondite, vissute. E per Giulio Regeni il Medio Oriente, la lingua e la cultura araba erano una passione. Stava lavorando a un tesi sullo sviluppo dell’economia e dei sindacati egiziani. Sapeva l’arabo – e altre tre lingue – e aveva scelto il Cairo per la sua sete di arrivare all’essenza delle storie.

Seguiva un dottorato di ricerca alla Cambridge university e si appoggiava all’American university in Cairo, dov’era arrivato a settembre. Viveva in affitto, dividendo le spese come milioni di altri studenti, con tre coinquilini. E come d’abitudine per molti egiziani, beveva Pepsi e fumava comprando tutto nel chiosco di Omar sotto casa (come ha raccontato ieri il Corriere della Sera).

Il suo appartamento era a Dokki, nel governatorato di Giza, sponda settentrionale del Nilo. Abitava molto vicino alla fermata della metro di Bohooth, dove ha preso il treno la sera del 25 gennaio per poi scomparire nel nulla.

Dokki è un quartiere tranquillo – riferisce l’inviato del quotidiano La Repubblica –, dove le donne passeggiano anche da sole, frequentato da persone medio-borghesi, fatto di palazzoni altri venti piani, con bei negozi, concessionarie d’auto, pubblicità con volti famosi, come il maxi-poster con il testimonial della Pepsi in Egitto, Salah, calciatore della Roma.

Un quartiere in cui trovano sistemazione molti impiegati dello Stato e ricercatori dell’università. L’appartamento del dottorando, dove i suoi genitori si sono sistemati appena arrivati in Cairo sabato scorso, è al terzo e penultimo piano di una palazzina anonima.

Amava l’Egitto Giulio Regeni e mescolarsi alla sua gente, alle sue abitudini. Si intravede dall’ultimo racconto della sua migliore amica Noura, che con lui aveva studiato a Cambridge, condiviso tanti ricordi, imparato a preparare il tiramisù per la sua fidanzata.

Era stato in New Mexico, a Damasco, a Oxford, a Berlino, seguendo la sue passioni, per conoscere, per sapere, per capire. Quelle passioni che l’hanno tradito.

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