Quando la toppa è peggio del buco

 

La macchina della casta non ha rallentato. Imperterrita ha raggiunto la meta, nonostante i proclami e i buoni propositi del dopo-voto amministrativo. «Nulla sarà più come prima – hanno commentato ancora a caldo i politici, preoccupati dai volti raggianti dei tanti grillini che entravano nei Comuni d'Italia – perché bisogna frenare l'invadenza dei partiti. Dobbiamo dare dei segnali forti. Subito». Ed ecco il primo segnale di rinnovamento. Ieri mattina, l'assemblea della Fiera di Pordenone ha nominato il presidente. Come? Ovviamente seguendo le consuete procedure di archeologia politica, cioè del manuale Cencelli.

Alvaro Cardin è stato confermato nella poltrona più costosa dell'ente. Gestirà la Fiera assieme all'amministratore delegato: due manager retribuiti per svolgere più o meno le stesse funzioni. Un imbarazzante doppione. Il sindaco Claudio Pedrotti, che aveva potere di nomina, non ha avuto il coraggio di applicare i metodi di trasparenza e di risparmio più volte annunciati. Né ha ridimensionato l'organigramma, né ha scelto il candidato sulla base dei curricula, come previsto dall'avviso pubblico che lui stesso ha voluto emanare. Anzi, si è complicato la vita inventando il patto della staffetta di metà mandato, una mediazione in perfetto stile democristiano: Cardin lascerà l'incarico tra 18 mesi, dopo aver completato il lavoro avviato. Come si può definire questo nuovo approccio allo schema di potere? Lo diciamo in pordenonese: «Xe peso el tacon del buso».

In realtà, l'arroganza della politica non ha mai un limite. Il buon senso avrebbe imposto una pausa di riflessione (non c'erano tempi stringenti da rispettare, pena l'ergastolo), soprattutto dopo la bufera dell'anti-casta uscita lunedì dalle urne. Perché non rinviare la nomina di qualche settimana? Soprattutto, perché insistere con metodi che, a parole, si ritengono ormai superati? Il “caso Fiera” è il simbolo di un potere politico che non intende mollare nulla, né in Friuli né altrove. Questa è l'Italia dei partiti, che dimentica subito le lezioni. Non riesce proprio a cambiare partendo dal suo interno. Non ce la fa.

Prendiamo la vicenda pordenonese. Il sindaco Pedrotti è un volto nuovo della politica. E' un ex manager che proviene da Electrolux, una buona scuola di modelli aziendali. Eppure, in un anno di gestione del municipio, non è riuscito a imporre dei “no”, anche se popolari. Ai fedelissimi ha confidato: «Quelli mi cacciano». Si riferiva ai capi-bastone. Ma che timori ha? Oggi il sindaco ha un potere enorme. Proprio gli amministratori locali dovrebbero dare la “scossa” a un Paese che si è smarrito. Senza strappi, Pedrotti non riuscirà mai a imporre la sua autonomia.

E sulla nomina della Fiera è scivolato malamente. Perché ha imposto il suo metodo (l'avviso pubblico) per poi stracciarlo alla prima alzata di scudi dei partiti e delle liste civiche che sostengono il centro-sinistra? Infatti, non soltanto il Pd che recentemente ha messo il cappello sul manager nominato alla guida della Gea (azienda di raccolta dei rifiuti), ma anche la civica di Sergio Bolzonello ha fatto quadrato sulla conferma del settantacinquenne Cardin, ex sindaco di Pordenone, grande elettore sia di Bolzonello sia di Pedrotti, padre padrone di Vivo Pordenone. Quest'ultima “civica” è ormai ridotta a pochi punti percentuali di consenso. Che potere di interdizione avrebbe potuto esercitare su una maggioranza solida? Nessuno. D'altra parte esprime già un assessore comunale e occupa alcuni posticini in aziende “partecipate” dal Comune. E' chiara, invece, l'intenzione di continuare con le vecchie procedure di selezione della classe dirigente, funzionali all'occupazione del potere. Nulla cambia.

La paura di Grillo è già passata. I partiti sono convinti di auto-rigenerarsi, chiacchierando e promettendo. Urlano a squarciagola: «Riforme, riforme». Ma il tempo è scaduto. Non solo. Sono scaduti anche i supplementari. Forse siamo all'ultimo rigore della partita decisiva. E c'è già la rissa su chi lo dovrà calciare.

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