Piergiorgio Bressani festeggia novant’anni: politico di razza, misto di durezza e duttilità

Figura di spicco della Dc era stato eletto alla Camera nel 1963, vi rimase fino al 1985. Alla morte di Candolini divenne sindaco, compito svolto sino al 1990 

Piergiorgio Bressani attraversa la città a piccoli passi, da solo, con le mani dietro la schiena, tra soste in libreria oppure concedendosi una rapida visita ai Barnabiti di piazza Garibaldi dove incontrare quelli della vecchia guardia, i volti friulani della Prima Repubblica. E poi l’approdo nella casa di via Grazzano, lontano da clamori o rievocazioni nostalgiche.

Nulla di strano in tale atteggiamento silenzioso, appartato, legato a un preciso stile che lo ha accompagnato fin da ragazzo: era pure lo stile dei “morotei”, la corrente della Democrazia cristiana di cui è stato prestigioso e potente esponente, a livello regionale e nazionale.

Se la politica friulana cerca un nome rappresentativo per il secondo Novecento lo trova in questo udinese di 90 anni (li ha compiuti lunedì, 10 giugno) che non amava i bagni di folla o i comizi affollati, ma nemmeno tesseva la tela nell’ombra, credendo in una politica fatta di confronto democratico, di cultura, di consapevolezza, di coerenza, di tutto quanto la vicenda familiare gli aveva trasmesso. Il compleanno, con la notizia diffusa a sua insaputa dagli amici dei Barnabiti, diventa così motivo e spunto a sorpresa per raccontare una pagina personale e pubblica rilevante per Udine e il Friuli. È intessuta di poche dichiarazioni o apparizioni altisonanti (a cui siamo abituati al giorno d’oggi) e per capire un po’ il metodo basta pensare al presidente Sergio Mattarella, “l’ultimo dei morotei”, come è stato detto.

Quando venne eletto nel 2015, si scoprì che il suo ultimo intervento risaliva addirittura al 2008. Bressani fa parte di quel mondo, di una generazione coaugulatasi attorno ad Aldo Moro come punto d’incontro delle forze che miravano a una svolta di grande respiro nel sistema politico italiano, svolta che venne chiamata “compromesso storico”. Moro nel 1978 pagò questa sua visione con il sequestro da parte delle Br e la morte. Al suo fianco aveva Bressani, che per cinque anni ricoprì l’incarico di sottosegretario alla presidenza del consiglio (con Andreotti, Cossiga e Forlani). Ruolo questo più strategico e decisivo di molti ministeri, come si capì in particolare nel momento del post terremoto e della ricostruzione quando una presenza simile a Roma fu di assoluta importanza.

Su quel periodo il “moroteo” udinese non ha mai rilasciato interviste o scritto memoriali per avere i riflettori su di sé. A lui basta la solita passeggiata udinese nel quadrilatero del centro città. E di ciò lo possiamo ringraziare, visto che non ha nascosto la sua intelligenza e la sua cultura sotto frastuoni senza senso.

Nato in via Rialto, Bressani perse da ragazzo il padre Carlo, avvocato, alpino morto sul fronte greco nella seconda guerra mondiale. Visse con la mamma Elda e le due sorelle, studiò allo Stellini e si laureò alla Cattolica di Milano, facoltà di giurisprudenza, luogo di incontro per tanti futuri leader della Dc. Eletto alla Camera nel 1963, vi rimase fino al 1985 perché, alla morte di Angelo Candolini, grande amico dai tempi dell’università e collega di corrente, il partito gli chiese di diventare sindaco di Udine, compito svolto fino al 1990, quando decise di non ricandidarsi. In seguito è stato componente fino al 1994 del Consiglio superiore della magistratura.

Per rivedere il Bressani di quegli anni, all’interno di una Dc alle prese con un confronto duro, spesso anche crudele, tra le sue correnti, è interessante ricorrere alle parole lasciateci da un “carissimo nemico” della levatura di Adriano Biasutti, il quale scrisse: “Tutta l’esperienza morotea è stata un misto di durezza e duttilità. Avevano una visione quasi marmorea della nostra regione come istituzione, mentre dimostravano aperture nei rapporti con le altre forze politiche, pure di opposizione... Bressani non si concedeva abitualmente alle platee di partito. Centellinava i suoi interventi che così diventavano preziosi, in un alone di grande sapienza politica”.

Bressani divenne, dunque, sindaco improvvisamente e accettò la scelta fatta dai capi della Dc friulana al ritorno dai funerali di Candolini. Lasciò Roma, il Parlamento, la commissione Affari costituzionali, dove il suo lavoro era importante, e si dedicò a Udine per sciogliere un po’ di nodi sul tappeto. Il capolavoro fu quando districò l’aggrovigliata matassa per la costruzione del nuovo teatro, con una revisione totale del progetto. Alla sua giunta si devono poi le opere in vista dei mondiali di calcio del 1990 con i tre nuovi parcheggi sotterranei, ancora oggi fondamentali.

In una delle rare interviste, valorizzò al massimo il compito del consiglio comunale come servizio ai cittadini. E, va detto, era davvero un super consiglio. Basta rileggere i 50 nomi che lo componevano. Il meglio di Udine, dalla politica all’industria, dalla cultura al sociale, vi era rappresentato e nel ricordarlo si avverte sempre una botta di nostalgia.

Questa è, dunque, la sintesi di una carriera. All’interessato forse potrà già apparire esagerata, ma la soffiata fatta dagli amici nel segnalare il compleanno del 10 giugno ci è utile per rivivere una fase della nostra storia: non per enfatizzarla, ma solamente per capire meglio il presente, se possibile. Nella fretta di prendere tutto e subito, lasciamo spesso transitare davanti ai nostri occhi le vicende e i protagonisti di ieri senza confrontarci con i loro valori e senza approfittare di certe grandi esperienze, come quelle maturate in un partito chiamato Dc. Aveva certo correnti agguerrite e molti leader, ma non il leader unico e assoluto, come spesso accade in Italia. Era poi una politica che dava il giusto spazio e ruolo a intelligenze silenziose come quella di Piergiorgio Bressani, che vi si iscrisse nel 1944, a 15 anni.

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto