Piazza Patriarcato muore nel traffico e le piante coprono l’eleganza barocca

La “sede” del potere religioso relegata a via di scorrimento Ha perso la storica identità cittadina che la caratterizzava

gilberto ganzer

Due elementi segnano il “carattere” della città di Udine: la magnifica Piazza Contarena oggi Libertà e l’altra del Patriarcato che un tempo scandivano la duplicità insita nella “metropoli della patria”, ossia la piazza del potere civile e quella del potere religioso. Separate, dalla contigua Via Manin e dalla Porta di S. Tommaso, rendevano ai cittadini ed ai visitatori quel forte segno identitario che caratterizzava Udine.

La Piazza patriarcale, come noi attualmente la possiamo ammirare, è il risultato di un complesso intervento voluto soprattutto ai tempi dei Patriarchi Dolfin che esercitarono una efficiente azione pastorale su tutto il vasto territorio di competenza e si prodigarono per elevare il Friuli dalla arretratezza culturale ed economica in cui viveva. Era anche un prestigioso ed eloquente segno del primato storico del Patriarcato d’Aquileia in un momento in cui le spinte verso la divisione del Patriarcato si facevano via via più pressanti sino all’abolizione sancita nel 1751 da Benedetto XIV. Lo stesso ultimo Patriarca Daniele Dolfin aveva combattuto strenuamente per il mantenimento del Patriarcato a fianco dell’Ambasciatore veneto a Roma, Francesco Foscari e dei Cardinali veneziani Carlo Rezzonico e Angelo Maria Querini. La committenza artistica iniziata da Dionisio Dolfin era una risposta che voleva sancire il “primato” d’Aquileia e lo stesso ciclo del Tiepolo nella Galleria degli ospiti si rivolgeva al nemico esterno, quindi all’Austria in un messaggio iconografico complesso e celebrante anche il bicentenario della proclamazione di Udine come “nuova Aquileia” da parte del Patriarca Marino Grimani nel 1524. Nella cosiddetta Sala rossa o del Tribunale l’affresco sul soffitto al centro, eseguito anch’esso da Giambattista Tiepolo e raffigurante il giudizio di Salomone, dove il carnefice pronto a dividere a metà il fanciullo, ha il volto rubizzo, di un inconsapevole e quasi “innocente” birraio tedesco. L’allegoria è chiara nella volontà imperiale di dividere il patriarcato, come poi avvenne, con lo spiritoso richiamo di un giovane Tiepolo che vedeva da buon veneziano gli oltr’alpini, anche se imperiali, come i barbari signori di Westfalia di volteriana memoria.

Lo splendido Palazzo Patriarcale che caratterizza fortemente l’aspetto urbano della città di Udine fu ricostruito ed ampliato dall’architetto veneziano Domenico Rossi, dotando il Patriarca di un edificio aulico, mentre per la Chiesa palatina ci si rivolgeva a Giorgio Massari che ne realizzava la facciata promuovendo anche il rifacimento del Duomo di Udine. La quinta finale della piazza sarà data dal Seminario Patriarcale (divenuto dopo caserma e tribunale) dove sempre il Tiepolo interverrà per il soffitto della biblioteca e gli ovati laterali da sempre erroneamente confuso con la tela di Palazzo Pitti. Un mecenatismo che segnerà non solo la città di Udine, ma anche i feudi alle dirette dipendenze: San Vito al Tagliamento e San Daniele.

Quella dunque che era la gran Piazza Patriarcale come appare in tutte le vedute sette-ottocentesche, nel dopoguerra diverrà una strada di scorrimento negando la storica identità cittadina che vedeva come nella capitale Venezia la divisione del potere civile da quello religioso. Ricordiamo infatti che la Basilica di San Marco era sino alla caduta della Repubblica, chiesa ducale, mentre il Patriarca aveva la sua cattedrale in San Pietro di Castello come la residenza, che solo nell’Ottocento sarà istituita nella Piazzetta dei Leoni in un modesto palazzo ben diverso da quello sontuoso di Udine.

In Udine poi, la facciata della Chiesa di Sant’Antonio Abate veniva completata con il busto del Cardinale Dionisio fatto scolpire dal nipote Daniele in una nicchia al centro seguendo quel modello di riferimento della facciata celebrativa che diventava anche celebrazione patrizia come nel Palazzo Patriarcale e nell’Oratorio della Purità donato poi dal Patriarca Arcivescovo Daniele Dolfin al capitolo del Duomo in modo da restare inscindibilmente legato alla Chiesa cattedrale; il Dolfin decise anche di collocare al piano superiore dell’edificio l’archivio del capitolo che testimoniava la storia di quella Chiesa fondata dai Patriarchi. I tre delfini disposti verticalmente ed inseriti per dare risalto plastico al portale di ingresso continuavano quella tradizione celebrativa che saldava religione e spirito civico caro alla tradizione veneziana.

Attualmente questa storica ed elegante piazza barocca della città è relegata a strada di scorrimento con piante erroneamente poste a ridosso della Chiesa e soprattutto del Palazzo Patriarcale, precludendo l’elegante impianto prospettico che era stato voluto nel XVIII sec. La sua “restituzione” ridarebbe anche vita a tutta l’area retrostante come un tempo ne partecipava. —



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