Palmanova patrimonio Unesco, se solo potessimo ammirarla da una mongolfiera

Ipotesi stramba e fantascientifica: se fosse stato possibile aviotrasportare la fortezza di Palmanova nel cuore del Kansas o dell’Ohio gli americani avrebbero inventato un mondo come Disneyland? No, sicuramente no. Non ce ne sarebbe stata l’esigenza perché in un piccolo ambito esisteva già tutto quanto poteva suscitare curiosità e immaginazione, senza troppi effetti speciali.

In Italia la fantasia è sempre andata di passo con l’arte e con la genialità espressa attraverso l’architettura, la pittura, la scultura. Sta tutta qui la grandezza di un popolo che dopo aver dato tanto tanto, soprattutto durante il periodo del Rinascimento, si è preso poi secoli e secoli di torpore, che perdurano tuttora.

Ma intanto ci rimane quanto un fervido, incredibile passato ci ha lasciato e che noi, almeno, abbiamo il compito di conservare e di non abbandonare a un triste destino. Il fatto che adesso anche la fortezza stellata di Palmanova entri nel patrimonio mondiale dell’Unesco rappresenta un evento eccezionale perché conferma l’appartata rilevanza di una regione remota come la nostra, posta al confine, eppure strategicamente fondamentale, anche dal punto di vista storico e culturale, proprio per tale motivo.

Si completa il disegno, che all’inizio poteva sembrare impossibile e utopico, componendo un prodigioso asse che nel giro di poche decine di chilometri parte dalla longobarda Cividale per passare dalla veneziana Palmanova e arrivare alla paleocristiana Aquileia: un quadro armonico riunisce tutto quanto la storia ha riservato, assieme alla varietà degli ambienti naturali, a quel compendio dell’universo che costituisce la geniale intuizione lasciataci da un ragazzo come Ippolito Nievo che camminava tanto dovunque, scriveva ancora di più e soprattutto aveva capito ogni cosa con 150 anni di anticipo.

La vittoria di Palmanova ha tanti protagonisti, a cominciare dal primissimo, e cioè Giulio Savorgnan, abile e tenace costruttore di fortezze, originario di Osoppo, che già aveva dato prova di valore realizzando quella di Nicosia. Fu lui nel 1593 a immaginare come si doveva procedere nella zona di campagna tra Udine e Gradisca dove erigere il baluardo in grado di scongiurare le incursioni turchesche.

Come raccontò in un bel libro l’architetto Luciano Di Sopra, in una settimana si decise dove scavare e cosa fare, optando per la forma a nove punte rispetto alle undici, pensate in un primo momento, per risparmiare un po’. Come si sa, la costruzione non è mai servita in senso strettamente militare. Attorno alle sue mura non si sono registrati lunghi assedi, e a munirla ulteriormente fu a fine Settecento anche Napoleone che pur essendo un generale di movimento decise di creare qui uno dei suoi capisaldi difensivi attraverso le famose ed eleganti lunette.

Una storia bellissima, più interessante (sempre detto in una logica americana, perché il turismo americano è uno dei grandi bersagli da raggiungere in ottica culturale) di quella che racconta la conquista del West. Le vicende italiane, e quindi quelle della nostra regione, sono talmente piene e ricche di fatti, nomi, sorprese, che troppo spesso non ce ne accorgiamo nemmeno a causa dell’indigestione. Ed è un peccato. Poi per fortuna arriva uno straordinario annuncio, come quello giunto ieri da Cracovia, per farci un po’ rinsavire e capire che tutti noi, a qualsiasi livello, abbiamo il compito di preservare e trasmettere questo patrimonio unico, a portata di mano e di gita domenicale.

Chi vive in Friuli probabilmente si sente defilato, lontano dai centri che contano, ma nello stesso tempo è immerso in un ambiente di forte suggestione, dove ogni tessera va collocata al posto giusto, come in un grande, divertente puzzle. E allora può spuntare anche un’idea un po’ particolare e forse esagerata: perché non inserire nei programmi scolastici, fin dalle prime classi, una materia come “Un paese chiamato Italia” dove insegnare, incrociando i temi, il fascino di ciò che siamo, nel modo più efficace e immediato possibile. E per quanto riguarda Palmanova, ecco un altro sogno: la sua unicità sta nel vederla dall’alto e allora sarebbe bello che ci fosse in piazza Grande, dove svetta lo stendardo chiamato popolarmente “il Mario”, una sorta di ascensore come una mongolfiera che porti i turisti a qualche decina di metri di altezza.

Pensieri spuntati nell’entusiasmo del momento, come logico che sia. Dopo i momenti tristi del temuto abbandono, delle caserme vuote, dei crolli, adesso si apre un nuovo orizzonte, che chiama a un impegno tutti quanti ci vivono o ci sono affezionati. Tutti consapevoli e orgogliosi di quanto è nato qui, nel cuore del Friuli, 424 anni fa, come per magia. Era all’inizio una fortezza con scopi difensivi ed è diventata un gioiello d’architettura nel segno della Serenissima. Qui si ricomincia per davvero.

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