Nuovi ingressi in Uti: il fronte dei ribelli perde i primi pezzi
UDINE. L’ultima parola sarà pronunciata martedì, quando a palazzo Belgrado torneranno a riunirsi i quasi 60 sindaci ricorsi al Tar contro le Unioni territoriali intercomunali (Uti) per decidere che cosa fare.
Se cioè proseguire nel braccio di ferro con la Regione sull’invisa riforma delle autonomie locali oppure se, dopo mesi di battaglie, ammainare la bandiera.
Alla vigilia di quell’incontro, il rompete le righe è già iniziato. Ed ha portato qualcuno a precorrere i tempi spaccando il fronte.
È il caso di Gemona e Montenars che insieme a Bordano – Comune, quest’ultimo, rimasto fuori dall’Uti che non ha però aderito al ricorso al Tar – hanno di fatto già deciso l’ingresso nell’Unione. Tanto che ieri mattina si sono incontrati con i colleghi di Venzone, Artegna e Trasaghis per discutere i prossimi passi.
«Delibereremo l’adesione entro la metà del mese di dicembre – ha fatto sapere il sindaco di Bordano, Gianluigi Colomba – perché alla luce delle ultime modifiche apportate alla legge in Consiglio regionale siamo in condizione di scegliere con maggiore autonomia quali funzioni portare in Unione».
Due le conseguenze. Da un lato si completa la prima delle 18 Uti individuate dal piano di riordino, dall’altro il fronte dei ribelli mostra segni di cedimento. Per certi versi naturale visto che l’adesione è diretta conseguenza dei risultati messi a segno proprio grazie alla battaglia condotta a colpi di ricorsi dai 57 Comuni.
Le modifiche apportate alla legge 26 durante l’ultimo Consiglio, che ha visto abbassare il tetto dell’adeguatezza e modificare il meccanismo della penalizzazione in quello di finanziamento delle funzioni in capo alle Uti, sono infatti figlie dell’accordo raggiunto quest’estate al tavolo Anci.
«Alla luce di quelle – afferma il sindaco di Gemona, Paolo Urbani – vengono a cadere gran parte dei motivi di contrarietà alla riforma. Attenderò per correttezza le decisioni che prenderemo in assemblea martedì, ma come ho già avuto modo di anticipare ai colleghi l’intenzione è ormai quella di entrare nell’Unione».
Come del resto per Montenars il cui sindaco, Claudio Sandruvi, fa eco a Urbani: «Entriamo anche noi. Non ha più senso restare fuori».
Stanno invece alla finestra gli altri primi cittadini. Nella destra Tagliamento, Renzo Francesconi (Spilimbergo) mette le mani avanti: «Mi esprimerò quando avrò in mano il testo con le ultime modifiche».
Idem Roberto Ceraolo (Sacile) che aspetta di toccare con mano le ultime novità, ma ancor più di incontrare i colleghi: «Abbiamo stretto un patto tra sindaci per sentirci e concordare una soluzione di comune accordo. Questa è l’idea».
«Possiamo però già dire che le Uti di oggi non sono nemmeno lontane parenti di quelle ideate due anni fa e questo è il frutto della battaglia condotta da noi sindaci. Non ribelli ma patrioti» aggiunge Renato Carlantoni (Tarvisio) guardando a sua volta al 6 dicembre.
«Siamo compatti e in quella sede decideremo serenamente, esaminando nel dettaglio le ultime modifiche, cosa fare. È chiaro che la posizione dei capofila è delicata. Di fatto siamo avvantaggiati e se le modifiche proposte in sede Anci a luglio non fossero poi state stravolte in Consiglio regionale saremmo già entrati allora».
Dichiarazione sibillina, quella del tarvisiano, che lascia presagire un possibile ingresso in Uti a differenza di quanto invece paiono inclini a fare diversi piccoli Comuni, i cui sindaci saranno presenti al vertice di martedì ma con il solito spirito battagliero.
Entrare in Uti? Marco Lenna, primo cittadino di Forni di Sotto, non ci pensa nemmeno. «Non entrerò, perché il tetto dell’adeguatezza per gli enti locali “piccoli” altro non è che una forma mascherata di obbligatorietà».
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