Nuove scorrerie di cinghiali nei campi

SOCCHIEVE. Branchi di cinghiali “arano” i prati degli agricoltori che protestano contro il loro mancato abbattimento. «Ogni sera me li trovo (i cinghiali) a poche decine di metri dalla stalla – attacca Moreno Dorigo di Priuso – arano con le loro zanne tutti i prati e per quando sarà ora di falciare il fieno non sarà possibile farlo».
Dorigo spiega che ci vogliono tre anni perché un prato possa assestarsi fintanto da poterlo considerare tale, in maniera che dia fieno a sufficienza per cibare le mucche. «I cinghiali sono tanti, troppi, l’altra sera – aggiunge – ne ho contati sei, un’altra volta ho visto, sempre di notte, due femmine con una dozzina di giovani: rovinano tutto».
Non è il solo allevatore a protestare, in zona sono molti, anche piccoli proprietari di terreni, che si dicono danneggiati dalle scorrerie di questi animali in particolare fra i piccoli frutteti e gli orti di famiglia. «Dall’anno scorso non ci viene neppure riconosciuto il contributo per lo sfalcio: io posseggo, fra Preone e Feltrone, 36 ettari di terreno che curo». Da questi lotti Dorigo trae il foraggio per le sue 50 vacche da latte, oltre che per le 20 pecore e 30 capre.
«Ho parlato con i responsabili della riserva di caccia locale. Mi hanno riferito che non possono cacciare questi animali prima del mese di maggio. A quel tempo l’erba sarà già alta, ma se le zolle sono state divelte dalle zanne dei cinghiali, sarà impossibile ricavarne il fieno».
Dorigo se la prende con le istituzioni e associazioni di categoria che, a suo dire, non fanno abbastanza per ovviare all’inconveniente. «Se ne stanno beati seduti in ufficio a Udine o a Trieste – protesta – ma non si rendono conto dei disagi che viviamo noi agricoltori di montagna». Dorigo non chiede l’eliminazione della specie, «capisco che hanno diritto anche loro di esistere – termina – ma bisogna contenerne il numero. Sono troppi e si riproducono troppo velocemente». Per l’allevatore occorre scegliere: o i cinghiali o il rischio di avere i prati incolti a causa dell'abbandono dei territorio di montagna da parte degli ultimi allevatori montani. (g.g.)
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